giovedì 8 marzo 2012

Femmene 'nzìste...

Oggi è la festa  della donna ed io voglio onorare questa festa ricordando donne tarantine che si sono contraddistinte immortalandosi nella storia e nelle leggende locali.

Per cominciare...i santi...

Santa Sofronia  venerata come martire della Chiesa, visse nel IV secolo, venne educata nella religione cristiana e raggiunta la maggiore età, decise di seguire l'esempio di  Santa Pelagia di vivere una vita penitenziale. Così fuggì per le Isole Cheradi, poiché  vi era una chiesa in onore di Santa Pelagia.Visse da eremita sull'isola isola di San Pietro, dove si costruì una capanna di rami e tronchi d’albero.
La leggenda racconta che Sofronia scrisse le sue memorie sui tronchi degli alberi e che quando morì gli uccelli provvidero alla sua sepoltura, ricoprendo il suo corpo con fiori e foglie, alcuni pescatori sbarcati sull'isola, attirati dal profumo ne scoprirono il corpo, e lo  condussero a Taranto, dove ricevette sepoltura.

Passando dal sacro al profano ricordiamo un'altra donna leggendaria...

Donna Berenice, nobildonna di origini napoletane, sposata con Cataldo Simonetti, piccolo borghese tarantino titolare di una gioielleria. Vivevano agiatamente col loro figlioletto Mimì, che non privavano di vizi e sfizi, ma dopo una rapina che svaligiò il loro negozio caddero in miseria e la loro vita cambiò drasticamente, ma donna Berenice non si perse d’animo e avendo studiato canto, andò a cantare in chiesa accompagnata al pianoforte dal figlio Mimì che aveva studiato pianoforte.
I nobili parenti napoletani la aiutavano come potevano, inviando anche i loro vestiti dismessi, perché ormai fuori moda. Ma lei,  Donna Pernice, com’era chiamata dai tarantini che per inflessione dialettale storpiavano il suo nome, li indossava senza soggezione a chi la guardava con disprezzo rispondeva:
abbete mije pumpuse, quidde ca me donne me mette suse.
Una donna rimasta impressa ai tarantini che ancora oggi vedendo una persona vestita in modo stravagante usano dire: S’ha vestute come donna Pernice.

E parlando di vestiti strani e di tessuti particolari non si può non ricordare ...

Filomena Martellotta, nacque a Taranto il 16 ottobre 1898 – affascinata dall’utilizzo del bisso, ricercò tra i pescatori della sua terra i segreti  degli antichi metodi di lavorazione artigianale della Pinna nobilis. Nel l 1923 decise di fondare  la  “Regia Scuola Professionale Femminile”, da lei personalmente diretta, con l’intento di diffondere ampiamente la cultura del bisso e di produrre e commercializzare i manufatti ivi realizzati. La scuola poneva a fondamento del suo Statuto l’educazione della donna in rapporto al nuovo indirizzo sociale e la rinascita dell’industria del bisso. Gia nell’Ottobre del 1924 le alunne iscritte alla Regia Scuola Professionale Femminile erano ben 250  ed i lavori in bisso ivi eseguiti, naturalmente, rappresentavano il fiore all’occhiello delle produzioni tessili realizzate.
Ottenne vari riconoscimenti, premi e medaglie in Italia ed all’estero. Morì il 14 dicembre 1933 all’età di 35 anni per febbri tifoidee e peritonite. 

E dopo i santi passiamo ai fanti... Donne che amavano la patria combattendo per la vita ...

Cordelia Jannelli, detta Delia,  è figlia del dr.Camillo, medico e sindaco di Taranto dal 08/06/1904 al 26/07/1908. Diplomata in Lettere, durante la Grande guerra, opera, in qualità di infermiera volontaria della Croce rossa italiana, negli ospedali militari della città. Durante la sua missione, tenne un diario che, pubblicato nel 1923 è diventato un importante documento storico e civile di un’sperienza unica.
Parlando della sua missione ricordava con piacere
le parole che il padre le disse quando decise di iscriversi al Corpo delle Crocerossine di guerra:
Non ho maschi per mandare al fronte; mando te negli ospedali perché tutti dobbiamo dare il più possibile alla Patria.

... Donne che amavano la vita combattendo per la Patria ...

Caterina Riccardi, definita da Giovanni Nicotera “signora del Risorgimento italiano” nacque nel 1802 a Putignano fu un’accesa sostenitrice della causa italiana, a 16 anni si sposò con Giovanni Tateo, da cui ebbe dodici figli, di cui cinque patrioti. Caterina ospitò anche Garibaldi nella masseria Baronaggio, di proprietà del marito, e fu lei a regalargli il famoso cavallo bianco di razza murgese, fedele ed eroico compagno di battaglie, soggetto insostituibile nell’iconografia storica. Caterina Riccardi Tateo rimase vedova a 44 anni con 12 figli a cui badare, ma non si perse d’animo, anzi educò i figli alla carità evangelica e alla democrazia mazziniana. Continuò la sua opera, tanto che nel 1848 pose dei letti lungo i corridoi del castello in cui viveva con i figli e lo trasformò in un ospedale per chi a quel tempo non poteva permettersi delle cure mediche, aiutata dal figlio Giangiuseppe,  medico dal 1823.
  • Giangiuseppe Tateo combattè  a Curtatone e  a Goito e, prima di morire di sfinimenti  a 36 anni, nel  1859 a Nizza, dopo essersi prodigato nell’impresa di Sapri e nell’organizzazione della spedizione dei mille.
  • Domenico e Beniamino Tateo non furono da meno del fratello, combatterono a Desenzano e furono prigionieri di guerra a Graz.
  • Francesco Saverio Tateo fu capitano garibaldino a Monterotondo e a Villa Glori.
  • Vincenzo Tateo si recò coi patrioti in Basilicata per predisporre l’avanzata dei garibaldini, guadagnandosi sul campo la nomina a capitano e governatore della Basilicata.
 Fede, passione, gioia, orgoglio, amore, emozioni tutte al femminile.