giovedì 30 giugno 2011

Astìpe ca’ truève.

Oggi  viviamo nell’era delle cicale … va di moda il mono-uso,  il mono-dose, l’usa e getta il take away (pigghie e  porta a’ casa) ….. fast food  (scappa e fuce) ….. slow food ( aggarbàte) …..  
Tutte cose impensabili per i nostri nonni che invece hanno vissuto l’era delle formiche. Per loro il  motto era uno solo … astìpe ca’ truève.
Una volta c’era molto poco da buttare, ma quel poco prima di essere buttato veniva riparato, e più di una volta… prima di buttare qualcosa, si vedeva bene se non poteva essere riutilizzata in altro modo o da familiari, vicini e conoscenti... La cultura del riciclo aveva dato vita e veri e propri mestieri:

I pezzetti di stoffa, venivano conservati per i rammendi…e se proprio erano inservibili si davano a ‘u pezzàre. Si aspettava di sentire il grido: “ Pezze! Pezze a’ culòre! ”  per uscire a portargli stracci, lenzuola, vecchi vestiti…le pezze,  in cambio di altre pezze a noi più confacenti.
U’ pezzàre infatti era colui che trovava le pezze a culore per tutte, per ogni tipo di rammendo… o situazione….
perchè se non avveniva lo scambio di stracci, le pezze venivano cedute dietro piccolo compenso che a volte era necessario a comprare il cibo e risolvere la giornata.

L’olio delle fritture veniva conservato e dato a “quidde de’ l’uègghie” - colui che passava a raccoglierlo al grido di “ uègghie vecchio! uègghie fritto!” , dando in cambio: vaschette, sicchie, vacìle, scolapaste di plastica.

Poi c’era “u’ fijerre vecchie” che riciclava rottami di ferro, zinco,  ottone… vecchie biciclette arrugginite, vecchie vasche, e secchi di zinco che ormai ridotte all’osso chiedono pietà, dopo essere state riparate tante volte….ma anche vecchie pentole di rame e alluminio, tutto in cambio di qualche bicchiere, piatto o mestolame vario…


... E in cucina?
La stessa cosa, non si buttava mai niente anche perché il cibo che c’era non bastava a sfamarsi  e gettare gli avanzi era considerato prima di tutto un gesto sacrilego…. “ Si mangia tutto! Che tutto è di Gesù!”
Il pane duro  a volte anche con la pilucina (muffa verde )  - si puliva e si cuoceva in acqua salata, con n’addòre de uègghie e na figghiazze d’alàure…  diventando  pane cuette…in assoluto il piatto più povero della cucina tradizionale,  uno dei cibi emblematici dell’alimentazione del passato, al limite della sopravvivenza e che per questo affidava ad ogni pietanza un ruolo insostituibile, tanto che a volte si lasciava indurire il pane così se ne consumava meno – un grande vantaggio per tutta la  famiglia  – si diceva: "Pane modde e legna seccate sònde  ‘a ‘rruvìne de na casa"  –  il perché è presto detto: il pane fresco è molto buono e se ne mangia di più, la legna secca arde più facilmente e se ne consuma di più – capite bene che tutto questo consumo non aiutava certo la precaria economia familiare….



… Tutto si riciclava e….si conservava

Quando ferie e vacanze non esistevano, non erano ancora una conquista sociale, l’estate si identificava proprio coi suoi frutti ….. meloni, uva, fichi,  fichi d’india … e tutta la frutta buonissima,  che noi oggi troviamo tutto l’anno, ma una volta no, e si cercava di conservarle il più a lungo possibile per poter assaporare anche in pieno inverno un “morso d’estate”, ma come fare considerando che non c’erano ancora i frigoriferi?

Le case di una volta erano piccole ma dovevano avere cantina e tramenzàne, erano questi i luoghi predestinati alla custodia delle provviste: di farina, indispensabile per fare pane e pasta; di legumi…fagioli fave, ceci, lenticchie piselli… la carne dei poveri, padroni assoluti della tavola, venivano gelosamente custoditi in sacchi di stoffa, in luoghi asciutti, perché non facessero cannedde e favarùle...
Capase e capasedde  di caserecòtta salàte, alìe all’acqua, fichi secchi sciolte e cucchiàte …
In cantina andavano i capasoni di vino,   le zirre di olio, le bottiglie di salsa, le patate…. 

Gettando uno sguardo nelle credenze, intese come mobili in cui si stipavano gli alimenti, per questo detti anche stipi…si trovavano boccacci di peperoni, carciofi e melenzane, pomodori sott’olio, sott’aceto, salati, seccati …  ma anche marmellate, mostarde … e in cucina si appendevano anche trezze d’aglio, corone di diavulicchi ascquande, e pinnulàre di pumedòre  a ‘nzerte o pumedore de ‘mbìse (i pomodori invernali)...
Mazzi, ciuffi e ghirlande sparse, messe a decorare pareti, camini, fracassè, mensole, mobili.  Ornamentali, utili e soprattutto sempre a portata di mano, e non solo ...
Tutte queste provviste potevano nascondere qualche inconveniente.... infatti si diceva che:   " a case vecchie no' manghene sùrge"... 

giovedì 23 giugno 2011

San Giuanne

Dal giorno di  Sant'Antonio (13 giugno) al giorno di San Giovanni (24 giugno) passano solo 10 giorni ma, sono sufficienti a caricare gli alberi di un frutto che, da isolato "testimone" diventa copioso simbolo della bella stagione.
Un vecchio detto recita:
"A Sand'Andònie le culumme pe' testimonie, a San Giuànne pigghie culumme e 'miene ngànne"
( a San Antonio - 13 giugno - i fioroni cominciano a maturare. A San Giovanni -24 giugno - gli alberi sono carichi).
Un chiaro invito a grandi scorpacciate di fioroni, i teneri frutti che gli alberi dei fichi hanno come loro prima produzione, copiosa e soprattutto dolce e saporita, in occasione del solstizio d’estate.
Le società ricche di agricoltura e di tradizioni, ma anche con limitate possibilità economiche vedevano, all’apparire delle primizie, l’occasione per sfamarsi con questi frutti gustosi e nutrienti.

A San Giovanni sono legati i festeggiamenti del solstizio d'estate, i riti purificatori dell'acqua ma ... la notte di San Giovanni è una notte magica...

Una credenza popolare dice che le ragazze in cerca di marito, la notte si San Giovanni (tra il 23 e il 24 giugno), devono mettere sotto il cuscino:
una figurina del santo, una fava col guscio, una fava senza nasello ( spizzutata )
Si dice che così facendo, sogneranno l'uomo della loro vita.
Poi la mattina appena sveglie, senza guardare, devono pescare una delle fave messe sotto il cuscino.
Se pescano la fava intera significa che entro l'anno conosceranno l'uomo sognato;
se invece pescano la fava "spizzutata" devono ancora pazientare.

Un'altra credenza invece consiglia alle ragazze da marito che vogliono conoscere qualcosa sul loro futuro sposo, la sera della vigilia del 24 giugno, devono rompere un uovo di gallina bianca e versarne l'albume in un bicchiere o un vaso pieno d'acqua e lasciarlo sul davanzale della finestra, esposto tutta la notte alla rugiada di S. Giovanni. Il mattino successivo, si guardava, e attraverso le forme composte dall'albume nell'acqua, si traevano previsioni sul mestiere del futuro marito.


mercoledì 22 giugno 2011

L'ingegno della 'ngegna

Oggi, come tutti i mercoledì,  è giorno di mercato.
Facendo un giro ho costatato che con l’arrivo dell’estate, del caldo,  e dei turisti, anche al mercato, i  prezzi sono aumentati, in particolar modo  frutta e verdura,  è il caso di dire che con questi continui rincari  “Ne stonne fànne a’ nzalàte”.
Quest’inverno, per il “caro pane”, ci invogliavano a fare u’ pane fatte a’ casa, a riscoprire l’arte di “ trumpare”, gesti semplici ma che non si possono improvvisare, per questo sono nate le macchine per il pane….piccoli elettrodomestici, che facilitano quest’arte, oltre che essere una nuova idea regalo natalizia. Ma dopo un primo periodo per soddisfare la curiosità, sono finite dentro qualche mobile in attesa di essere eventualmente riutilizzate.
Ora, i rincari di frutta e ortaggi, i timori per la sicurezza dei cibi  e la mania dei prodotti biologici, hanno fatto nascere, o meglio “ri-nascere” la passione di provare a coltivare quello che ci occorre e gli esperti consigliano gli orti fai da te.
Prima, chi aveva il pollice verde si dedicava alla coltivazione e alla cura di fiori, piante ornamentali e piante grasse.
Oggi seguendo questa nuova moda, molti scelgono di cimentarsi nella coltivazione dei frutti della terra, coltivando in orti e terrazzi i prodotti della terra…”bèll’, genuìne e senza muscitìe”.
Così su attici, terrazzi e balconi le begonie cedono il posto alle piantine di basilico, menta, rosmarino, le bunganville vengono sostituite da fagiolini, zucchine, patate, melanzane e peperoni; le piante grasse si scambiano con carciofi e lampascioni… ognuno coltiva per sfidare le proprie capacità e soddisfare le proprie esigenze, proprio come una volta.
La nostra terra  è fertile, ma il nostro territorio  non è mai stato ricco d’acqua, e questa carenza ha portato gli uomini a trovare il modo per poter irrigare e coltivare la nostra fruttuosa terra. Per trovare l’acqua i pozzi dovevano essere molto profondi  e  attingere acqua era molto faticoso, ma… necessità aguzza l’ingegno ….
…e dal frutto dell’ingegno si ottengono i frutti della ‘ngegna
Di solito definiamo  ‘ngegna,   un appezzamento di terreno coltivato, ma non è così…
La ‘ngegna era  un sistema ad ingranaggi  azionata da un animale (asino mulo o cavallo) che  faceva girare una grossa ruota in ferro posta sul pozzo cui erano fissati  dei secchi detti jalette  che portavano in superficie acqua a ciclo continuo. L'acqua si riversava quindi  nei piloni  (grosse vasche di raccolta) e poi utilizzata per irrigare i campi.
In periodi in cui i viveri scarseggiavano e come si dice “era mazze pe’ tutte”  la ngegna era molto importante dato che forniva i prodotti per sfamare la famiglia. Ci si nutriva con quello che produceva il proprio fondo, e se l’annata era favorevole e la produzione abbondante, quello che avanzava si barattava con altri prodotti dei proprietari dei fondi vicini.
Uno dei prodotti più coltivati nelle 'ngegne erano "le cucuzze" ...
Ideale per la coltivazione della zucchina furono, e sono, i terreni caldi e riparati della nostra  fascia costiera e l'azione mitigatrice del mare. Queste condizioni naturali permettevano agli ortaggi di maturare prima che in altre località, avvantaggiando i coltivatori sui mercati dei paesi limitrofi offrendo queste primizie per primi e quindi a prezzi più alti e remunerativi.
La cucuzza non richiede molte cure o abilità particolari, e chi si dedicava alla coltivazione di questo ortaggio veniva chiamato cucuzzaro - appellativo di cui non andare particolarmente fieri - e a tal proposito c'è un racconto dei contadini:
Pasche d’u’ cucuzzare
Titine  era nu furèse (contadino), nu picche japòne (bonaccione). Quannne fatiave dummannàve sempre:
<Quanne vène Pasche?>
Nu giurne u’  fattore ca s’ere stancate de sintè sempre a stessa cosa, pigghiò na cucuzza ‘simintàta e le disse:
< Titì, tagghie sta cucuzza e ll’eve na simènte a u’ giurne…l’urteme ca rimane ète u giurne de Pasche. E mò va fatjie ca angore no è cumbinate niente.>
Titine tutte cuntente scì fatiò e tutte le giurne scè levàve na simende da intre a cucuzze. Pe combinazione l’urteme semente capitò u giurne de Pasche e allora Titine penzò: <C’è belle sisteme, mo me pigghie n’otra cucuzze cussì stoche suscitate fine a Pasche de l’anne ca vene.
Se pigghiò na bella cucuzza grossa. Ogni giurne scè levave na simente ma a cucuzze era sempre chiène, allore intre u’ paìse cumenzarene a dummannà: <Titì,stànne quanne vene Pasca?>
e Titine rispunnève:
< Come cucuzza canta! Ma pe come  è chiène  Pasca nò avene né st’anne, né l’anne ca vene.


Altro ortaggio facile da coltivare e molto ricercato per rinfrescarci dalla calura estiva era u' citrule (il cetriolo).
Anche su questo ortaggio giravano cunti e muttètte a doppio senso.
Uno di questi raccontava la storia di un contadino... :

Nu giurne m’acchieve intre a Papale (masseria tra Leporano e Pulsano)
E stave na uagnedde ca stè ‘dacquave
Le circheve na bivuta intre u' vummile
L’arsura me turmintava u cannarile

Rispunnì cuntignosa e fresca come la neve
<intre allu vummile mjie nisciune beve
u’ tenghe giluse a nisciune u' mpreste
scinò se squascia e o finisce la festa

Le dicìve <cè stè face Marì?>
<Sto ‘dacque do citrule Ntunì
Ca l’agghie purtà cre matina alla padrona
Cu m’a tenghe bona bona

Ma so dojie sule… e so piccìnne…so sfortunata!
Ca nonge bastene manche pe na mangiàta
U citrule quanne è piccinne no tene sustanza
ma  ci ete gruesse abbunnesine ti enchie a vocche e a panza>

Le mustreve nu citrule de l’uerte mjie
E le dicìve<trimiente c’è robba fina
Ne uè chiantàte na dicina?>
Me disse:<Une osce e l’otre quanne te trueve>

E jie senza pirdè tiempe nci u’ chianteve.

Ma nelle 'ngegne si coltivavano anche le verdure che erano  l’alternativa ai legumi, anche se la verdura più buona era quella selvatica, che nasceva spontanea nei campi, era un cibo economico, che tutti i giorni imbandiva e arricchiva la tavola delle famiglie meno abbienti,  a minestra o lessa condita  con olio,  e con tanta fantasia, le fogghie  di campagna diventavano vere e proprie prelibatezze, oggi ricercate nei ristoranti tipici.
Uno dei piatti più antichi è “fave e fogghie”  a base purè di fave secche e cicuredde di campagna, mangiate poi ncrapiate con pezzi di pane.
Minestra di cui anche Pitagora, nonostante la sua nota avversione per le fave, pare fosse ghiotto tanto da raccomandare la cottura delle fogghie in acqua piovana...
Ma ci sono fogghie meno conosciute ma altrettanto squisite come la paparina che cresce spontanea e in grande quantità nei campi di grano. La paparina è la pianta del papavero raccolte poco prima della fioritura, durante la mascia – la pulitura dei campi di grano dalle erbaccie, fatta a maggio, prima della mietitura. Veniva raccolta, lessata e poi ripassata in olio bollente con aglio e peperoncino.
Assieme alle fogghie, se si zappava si riusciva a raccogliere i lampascioni, altra prelibatezza nostrana.
Il loro sapore amarognolo che si evidenzia se lessati e conditi con olio sale e pepe, è molto gradito, tanto da valere una messa…

Papa (termine con cui anticamente di indicava il prete) Luigi dopo una cena a base di lampascioni,  si addormentò tanto profondamente che non riuscì a svegliarsi per tempo la mattina dopo.
Le premure della perpetua che lo buttò giù dal letto, non furono sufficienti a fargli recuperare il tempo perduto. Stava per andare a dire Messa quando la perpetua gli dice:
<papa, no tiene a faccia lavata…>
E lui gli risponde: <“tempo no tenghe manche pe na cacata! >
La fretta glia veva fatto dimenticare quello che aveva mangiato la sera prima e non gli fa tenere in giusto conto l’avvertimento della perpetua.
Mentre si recava alla chiesa per dire Messa, cominciano a fare effetto i lampascioni  con forti coliche.
In suo aiuto si trovò la casa di un fattore suo conoscente, Spinse la porta ed entrò trafelato, tanto da spaventare le donne di casa che gli chiesero: <Papa c’è è state? Tiene na faccia da muerte sprecate>
Mezz’ora ci volle perché il Papa potesse liberarsi del peso…ma non era finita.
Nonostante la corsa per i vicoli verso la chiesa lo attendeva un’amara sorpresa: infatti c’era solo il sacrestano. I fedeli stanchi d’aspettare erano andati via. La messa la disse da solo e senza possibilità di raccogliere offerte.
Una coltivazione a cui si dedicava particolare cura nelle ngegne era quella delle fave.
Un legume antichissimo di cui si nutrivano fino a non molti anni fa le classi più povere, tanto da essere considerate cibo da plebei. Cibo povero ma ricco e nutriente che seccato, muzzicato (pulito dalla buccia) veniva conservato nei pitàli , come scorta energetica durante l'inverno.
La fava , dalla quale Pitagora consigliava di tenersi alla larga, compare in molte credenze popolari con un significato che va ben oltre il suo valore alimentare. Quando una donna rimaneva incinta si diceva che aveva mangiato troppe  vunghele.
Nella cucina di oggi le fave cotte sono cadute in disuso e pertanto sono considerate una curiosità e quasi una ghiottoneria.
Oltre  le fave e fogghie di campagna, si cucinavano anche  le fave e cucuzza…le fave erano cucinate a purè e venivano accompagnate con le zucchine alla puveredde, un binomio appetibile , piatto gustosissimo che portava ad esagerare… e l’ingordigia si pagava a caro prezzo.
Gli effetti devastanti dell’abuso di questa pietanza sono stati immortalati in un canto popolare  francaviddese, che racconta di...

un attore che doveva impersonare Gesù nella rappresentazione della Passione di Cristo, aveva  mangiato proprio fave e cocuzza.
L’effetto delle fave e delle zucchine ebbe effetti dirompenti sul poveretto che mentre era sulla croce cominciò a sentire forti dolori di stomaco, che lo costrinsero a chiedere di fermare la recita. Ma gli risposero:
<“ Fai e cocuzza t’ha mangiatu
 tridece ducati t’ha pigghiatu
 e mo sobbre la Croce a rimanè zimpatu.>

L’attore dilaniato dalle coliche rispose:
< Jie mo gridu a alta voci
O mi scinnìte o caco sobbra la Croci!”
Ma le fave si mangiavano anche da sole, spizzutate – dette anche fave cu u’ cappotte -  ossia  cotte col guscio e condite con un filo d’olio. In questo modo tutte le proteine delle fave e della buccia  ne esaltano le proprietà nutritive tanto da diventare la carne dei poveri. E proprio di proteine avevano bisogno i braccianti per affrontare una giornata di duro lavoro nei campi. Questo piatto si attribuisce infatti alla moglie di uno di loro che ...
preoccupata perché il marito era deperito e debole decise di cucinargli le fave col cappotto evitando le verdure. Il poveruomo riacquistò le forze in breve tempo. La notizia si sparse per tutto il paese, sicchè tutte le mogli ricorsero alle fave per dare vigore i mariti e ogni sera in piazza  andavano le mogli a cercare lavoro ai loro mariti. Si rivolgevano ai fattori dicendo:
<Pigghie mariteme, ca proprie jieri sera l’agghie ‘nfavate! >

Come a dire che c’era un uomo forte e capace di lavori pesanti.

E …… dalle fave si fanno le vunghele  ..... ci Djie vòle ...e la sporchia pure
Infatti spesso le piante delle fave vengono attaccate da una pianta parassitaria l'Orobanceae detta in diletto sporchia. E' una pianta che si attacca alle radici della pianta distruggendola.
Ma i contadini hanno scoperto che ci si può nutrire anche di sporchia, infatti viene cucinata durante il periodo pasquale, servita perlopiù fritta in pastella oppure in frittata.
E' amarognola ma, basta tenerla a bagno per un pò di tempo per renderla non solo commestibile, ma addirittura gradevole.

 

martedì 21 giugno 2011

Arrive u' càvete...e le culumme

Oggi è il solstizio d’estate …. l’inizio dell’estate, c’è chi guarda il cielo e c’è chi senza andare tanto in alto si limita a guardare gli alberi.
Con l’estate infatti arrivano puntuali  con la prima canicola di San Vito, “ le culumme”  ( i fioroni – i primi fichi di giugno).
Quando mia nonna vedeva i primi culummi usava dire:  è arrivàte a staggione!
Quasi a significare che era questo frutto a portare il sole e  il caldo ... e  l’osservazione spontaneamente “marzulliana”  è:  ma le culumme portano l’estate o l’estate porta i culummi?

Mah!  Comunque arrivano insieme!

Le culumme sono una primizia, un frutto goloso, un tempo molto apprezzato che oggi per motivi di “dieta” evitato. I frutti più grossi sono “le san giuànne” e un tipo nero …  " le fracazzane ".

Si può definire un frutto spontaneo,  per questo per definire una persona sempliciotta e credulona si dice che è “nu mangia culumme”…

Ma ci sono dei modi di dire associati al caldo e alle culumme, il caldo afoso tipico delle nostre zone, porta spossatezza e poca voglia di lavorare – una condizione fisica che in dialetto viene definita con la frase :      “c’è culumme ca porta!
E poi per  esortare a lavorare ricordando di dedicarsi alla mietitura che in questo periodo impegna i contadini si diceva:
“so ‘buene le culumm’ e le cirase ma 'màra a quedda  vendre ci pane no tràse”
Perché i fioroni e le ciliegie sono buone ma durano solo pochi giorni….il grano invece garantisce il pane per tutto l’anno.

domenica 19 giugno 2011

Lasse dè mètere e va’ a’ pisà

Taranto è  “la città dei due mari”, in onore a Mare picce (Mar piccolo) e Mare màsce (Mar grande), ma è riduttivo, perché di mari ne ha molti di più…  uno verde di pampini e ulivi e in questo periodo uno dorato che cullato dal vento ondeggia sui nostri campi. 
In questi giorni percorrendo la litoranea e i paesini della provincia ci si imbatte in distese dorate, è il grano, il nostro oro,  che si protende al cielo aspettando di essere raccolto.  Oggi tutto avviene con le macchine che mietono e trebbiano , ma una volta no… 
Oggi andiamo al supermercato per rifornire le nostre dispense, ma una volta non c’era l’approvvigionamento globale a garantire gli scaffali pieni nei supermercati, ognuno aveva, o cercava di avere il suo terreno…la campagna o meglio la ‘ngegna da coltivare tutto l’anno per provvedere almeno al fabbisogno della famiglia.   Una malannata, con i raccolti distrutti,  portava fame e miseria…  e uno dei raccolti primari, oggi come ieri, è il grano, un elemento indispensabile per la nostra vita.
Taranto aveva un territorio ricco di masserie,  che prendevano il nome dei proprietari o del luogo dove erano ubicate:  Ospedalicchio (D’Ayala Valva), A’batresta (famiglia Abateresta), u’ Jucche (famiglia Lo Jucco), a’ battaglia (famiglia Bonelli de Beaumont),  Lucignane (famiglia Galeota), Pizzariedde (contessa Carducci),  Nisi (Famiglia Delli Ponti-Capitignano-d’Aquino) Capitignano (famiglia Capitignano-Lo Jucco-De Sanctis) Calapriciedde (famiglia Sbano-Verusio), Lecutrane (Famiglia Monaco), Misicure, Muromaggie, Rapidde, Papale, Giangrande, Gennarini, Tuscane, Pasturelle  , Sanguzza, Sanne Mineche
e questo per ricordare solo le più note.
Vicino le masserie nascevano nuclei abitativi dei contadini che provvedevano a lavorare i campi, a trasformare e commerciare le risorse agricole e ad accudire gli animali da lavoro e da allevamento.
Tutto ruotava intorno alle masserie, uniche fonti di lavoro dell’epoca e per questo richiamo della gente di fuori, e la vita delle masserie era cadenzata  al ritmo del ciclo naturale del grano: l’aratura dei campi, la semina, la masciatura, la mietitura, la trebbiatura e la panificazione. Intorno al grano ruotava l'intera annata agraria e quindi la vita dell’uomo.

La mietitura era un lavoro duro che non tutti riuscivano a sostenere, per questo i mietitori venivano caparrati (ingaggiati) molto tempo prima nei paesi vicini: Leporano, Pulsano, Lizzano … sino nelle zone del capo… così arrivavano le pueppete  - ossia i contadini leccesi –
Le pueppete assieme alle furìse  -  la manovalanza contadina che arrivava da tutta la provincia -  erano uomini semplici “ciuccie de fatjia”  ma non erano istruiti, per questo si usa dire:  “le solde de le furìse so buène fatiàte e male spìse” .
Anche mia nonna faceva parte di loro e raccontava che arrivavano nelle masserie percorrendo chilometri e chilometri a piedi scalzi – pronti ad alzarsi all’alba per recarsi sui campi. 
Le femmene provvedevano alla màscia, operazione che si effettuava a maggio (da cui il nome)  per liberare i campi di grano dalle erbaccie. Quando i campi erano puliti, e il grano maturo si procedeva alla mietitura. I lavoranti si disponevano a squadre, ognuna formata da quattre uemmene mititure che tagliavano le spighe cu a’ foce ( con la falce) seguiti da u’ scirmitàre, ca’ taccave le manate (il legatore che legava le falciate di grano che tagliavano i mietitori) le do’  femmene che raccoglievano le spighe che cadevano durante la raccolta.
Alla fine tutte le manate venivano raccolte a’ mannucchie (covoni) e venivano trasportati nell’aia delle masserie e….

Finìte di mètere se sceve  a pisà
Dove il termine pisà, false friend dialettale, non indica la pesatura del raccolto ma la trebbiatura, ossia la sua battitura a mano mediante semplici bastoni, oppure con l’aiuto di cavalli asini o buoi, sfruttandone il calpestio, o facendo trainare grosse pietre, tutto per sgranare le spighe e farne uscire i chicchi.  Nella nostra parlata  il termine pisà ha diverse eccezioni come quando si dice: te pìse de mazzate (ti carico di botte). U’ pisature è il termine che indica il pestello, detto anche u’ murtale (da mortaio). Una volta finita la trebbiatura si aspettava che si alzasse il vento per continuare alla vintilàta. Ossia alla pulitura del grano mediante la separazione dei chicchi dalla paglia. Con i forconi si lanciavano le spighe sgranate in aria così il vento faceva volare lontano la paglia e i chicchi ricadevano al suolo. Il grano veniva raccolto in sacchi e portato nei granai delle masserie, la paglia veniva raccolta e portata nelle stalle perché serviva a sfamare gli animali.
U’  respiche …
Dopo la mietitura si procedeva alla bruciatura d'u’ ristuccie (delle stoppie).  I meno abbienti andavano a chiedere ai massari, il permesso, formale perché sempre concesso,  di  scè a u’ respighe (andare a spigolare) nei campi dove avevano appena mietuto. Con tutta la famiglia andavano a raccogliere le spighe che erano rimaste “’mmienze a u’ ristucce” (tra le stoppie), tra i solchi della cenere, e  i chicchi di grano sfuggiti  agli uomini e agli uccelli
Giornate di duro lavoro passate a chinarsi continuamente, sotto il sole cocente, la canicola di giugno accentuava la spossatezza, soprattutto dei più sfaticati…e a questo si riferisce il detto:
 A’ mugghiera mejie (o u’ marite mjie) ha sciute alla spiche, picche n’acchie  e picche se ‘gghiche.
 …ma la farina ricavata da quei chicchi bruciati avrebbe sfamato tutta la famiglia e questo era l’unico modo per garantirsi “il pane”… e non solo.
‘Mmienze a ‘u ristuccie raccoglievano anche “le cuzzedde” (le lumache) –  la carne in carrozza dei poveri - che erano una vera e propria ghiottoneria oltre che una fonte di nutrimento perché ricchi di proteine.
Le cuzzedde, lessate e condite con olio aglio e menta erano un ottimo secondo … ma a volte costituivano il pranzo o la cena. A volte servivano ad “arricchire” minestre di verdure come la ciambotta o le patate e zucchine… Infondo sempre di carne si tratta…
I campi si animavano di vita, lavoro, ma anche di grida, risate, canzoni e balli propiziatori, ma anche “balli di San Vito” ( S. Vito si festeggia il 15 giugno) causati dal morso della tarantola, che pare abitasse proprio i campi di grano e si divertisse a “pizzicare” le mietitrici che “avvelenate” dal morso della tarantola e dai rimorsi di una vita di privazioni fatta di regole da rispettare e di “onore” da  salvare  (quale onore?  e di chi? – quello della gente che mormora?...)
Comunque, questa “malattia” del corpo e della mente si manifestava con movimenti strani e aveva come unica cura la musica che doveva assecondare i movimenti della tarantata tanto da dare l’idea di un “ballo” frenetico e ossessivo che continuava anche per giorni,  fino a sfinire il corpo, e solo in questo modo, affrancando le frustrazioni e placava l’anima guarendola.
Altre volte era necessario ricorrere a veri e propri esorcismi che nel Salento avvenivano per intercessione di S. Paolo – per questo le tarantate venivano portate a Galatina presso il santuario dedicato al santo.





giovedì 16 giugno 2011

Janàre e Malombre


Nella fantasia popolare a' janare che era la versione femminile di ú lupenarie. Non c'erano notti tranquille: in quelle di luna piena erano popolate dai lupinari  ululanti disperatamente per la propria condizione. Spaventavano tutti e uccidevano gli animali.
Le notti buie invece erano preferite dalle janare che vagavano cercando l'occasione opportuna per entrare nelle case e aggredire i bambini.
Per evitare che a' janare entrasse in casa si usava sparpagliare davanti l’uscio e ai davanzali di casa, del sale grosso, ma molto efficace era pure lasciare la scopa capovolta verticalmente, appoggiandola affianco all'ingresso.
Questo serviva a distrarre a' janare che se trovava il sale restava sulla soglia a contare tutti i granelli, se trovava la scopa si impegnava a contarne i fili..... nel frattempo si faceva l'alba e a' janare si ritrovava a dover correre perchè odia la luce del sole.
Ma se malauguratamente á janare riusciva ad introdursi in casa, il capofamiglia, facendosi coraggio e recitando delle preghiere, doveva tirarla via per capelli, che erano il suo punto debole.

Col termine "janare" , da cui deriva anche "scianare", si indica una persona inaffidabile, ipocrita, dalla doppia faccia, che "de nànze te vànde e da rète te tagghie"...
Al maschile può essere inteso come "seguace del Dio Giano", il dio bifronte, con due facce.
Al femminile come "seguace di Diana".  poiché la dea Diana, venerata dai Romani, corrispondeva alla Artemide dei Greci, identificata con Ecate.
Ecate era rappresentata con tre teste e tre corpi (corrispondenti ad Artemide, Persefone e Demetra) regnava sui demoni malvagi e sulle tenebre e vagava nottetempo spaventando gli uomini ...

A taranto comunque c'è un detto:
"Le janare, nò pe' amice e nò pe' cumbàre/cummàre"


Insieme alle janare vagavano altri personaggi inquietanti: le malombre. Erano figure di donne altissime, vestite di bianco o di nero che si aggiravano per le strade dopo il calar del sole e rapivano i bambini lasciati soli.
Probabilmente l'anima vagante di una madre cui avevano tolto i figli.

mercoledì 15 giugno 2011

Luna piena e lupinari

Questa sera il cielo ci regalerà uno spettacolo in prima serata che vedrà come unica attrice LA LUNA ...
una luna piena che l'eclisse vestirà di rosso.
Molte le storie e le credenze lunari 
LA LEGGENDA DELLA LUNA PIENA

Tanto tempo fa un lupo, seduto sulla cima di un monte, ululava a più non posso. In cielo splendeva una sottile falce di luna che danzava tra le nuvole. Gli ululati del lupo erano lunghi, ripetuti, disperati. In breve arrivarono fino all’argentea regina della notte che, infastidita, gli chiese:
- Cos’hai da urlare tanto? Perché non la smetti almeno per un po’?-
- Ho perso uno dei miei figli, il lupacchiotto più piccolo della mia cucciolata. Sono disperato… aiutami! - rispose il lupo.
La luna, allora, impietosita, cominciò lentamente a gonfiarsi fino a diventare grande e luminosissima.
- Guarda se riesci ora a ritrovare il tuo lupacchiotto - disse, dolcemente partecipe, al lupo in pena.
Il lupo cominciò a vagare e dopo un pò ritrovò il piccolo, tremante di freddo e di paura, sull’orlo di un precipizio. Con un gran balzo il padre afferrò il figlio, lo strinse forte a sé e, felice ed emozionato, ringraziò volte la luna e poi ritornò felice nella sua tana insieme al suo lupacchiotto.
Per premiare la bontà della luna, le fate dei boschi regalarono alla luna il dono di diventare tonda e luminosa, ogni trenta giorni, per dare la possibilità ai cuccioli del mondo intero, che si sono persi allontanandosi da casa, di alzare gli occhi al cielo, ammirarla in tutto il suo splendore, e ritrovare la strada. I lupi lo sanno, ed ogni volta ululano festosi alla luna piena per ringraziarla.


Molte storie, parlano di esseri terrificanti,  i lupi mannari, in gergo meridionale detti lupomini e nel salento e da noi nel tarantino lupinari. Ma facciamo un pò di storia......

Moltissime sono le tradizioni degli uomini lupo sparse in tutto il mondo; forse la più antica la ritroviamo nella Bibbia, dove re Nabucodonosor, a causa della sua vanità, fu trasformato da Dio in un lupo.
Esempi di divinità dalle sembianze animalesche le troviamo anche nella mitologia egiziana dove si parla di Anubi, il dio sciacallo o ancora il dio lupo Ap-uat che  traghettava i morti nell’aldilà.
Nella mitologia nordica,il lupo  è simbolo di vita, troviamo come fedeli compagni di Odino i canidi Freki e Geri, mentre simbolo della apocalisse finale è il lupo Fenrir.

Nel 1500-1600 la caccia alle streghe diviene anche caccia al licantropo che viene visto come mostro o come malato affetto da “melanconia celebrale”, una forma di quella che chiameremmo oggi schizofrenia.
Nascono così le tradizioni legate ai “lupomini” uomini che si trasformavano in lupi. Moltissime sono le tradizioni popolari e i racconti sui licantropi, spesso vecchi guaritori o semplici malati di mente, venivano scambiati come adoratori del demonio.
La religione Cristiana, per esorcizzare questi antichi ricordi e per guarire queste malattie legate a  satana introdusse nella cultura popolare santi guaritori come Sant’Antonio da Padova e il più famoso San Vito, legato al famoso “ballo del santo”, un modo per esorcizzare epilessie e malattie “lunari”, per non parlare di San Francesco d’Assisi e la vicenda del lupo.



Molti pensano che i Licantropi e i Lupi mannari siano la stessa cosa ma si sbagliano perchè Licantropi si nasce Lupi mannari si diventa.
Mi spiego.
Il Licantropo è un essere metà uomo e metà lupo, solitamente viene colpito da questa sorte di malattia magica il più giovane di una famiglia di sette figli.
Generalmente il Licantropo si presenta magro, di carnagione giallognola e ipertricotico.
Nelle notti di luna piena si trasforma in lupo e attacca persone o animali, ha paura del fuoco.
Prima dell' alba cerca un luogo appartato e tranquillo, solitamente un cimitero dove poter ritornare uomo.

Il licantropo detto anche uomo-lupo è una delle creature mostruose del folklore e della fantasia popolare. Secondo la leggenda, il licantropo è un uomo condannato da una maledizione che, ad ogni plenilunio lo costringe a trasformarsi ricoprendosi di peli e diventando veloce e aggressivo. Lo si può uccidere solo con un' arma d' argento, in quanto ritenuto il metallo più sacro.
Secondo alcune interpretazioni, il licantropo sarebbe in grado di trasmettere la propria "malattia" ad un altro essere umano dopo averlo morso.

Un umano morso da un Licantropo diventa Lupo mannaro o lupinario.
Secondo la tradizione, anche il lupinario subisce una trasformazione in seguito all' influsso della luna piena. Il suo ululato è simile a quello del lupo, in realtà è un vero e proprio strillo di dolore...... nelle notti di luna piena si sentono strilli lacerare improvvisamente la quiete della notte...e al mattino è facile trovare le
fontane aperte o le vasche d'acqua divelte, dove il lupo mannaro, in preda al forte calore corporeo vi ci aveva trovato refrigerio durante la notte.
Il lupinario, secondo alcuni racconti di paese, appena uscito di casa, custodiva gli abiti in un posto segreto per scorrazzare nei campi e alla periferia del paese. Prima dell' alba, poi, riprendeva i vestiti e raspava alla sua porta di casa, ma soltanto al terzo tentativo i familiari potevano aprirgli. Anzi, in qualche abitazione si praticava un foro nell' uscio per essere certi dell' avvenuta trasformazione del proprio congiunto da lupo a uomo.
Fisicamente distinguere un Licantropo da un lupinario è impossibile perchè si trasformano nello stesso animale peloso con artigli affilati e molto resistenti, e denti aguzzi e taglienti.

Ma anche contro licantropi elupinari ci sono dei rimedi.................

...........Per curare un Lupinario morso da un Licantropo basta pungerlo con un ago d' argento e fargli uscire una goccia di sangue, ma bisogna farlo prima della sua prima luna piena.

Un consiglio infallibile per non incontrare mai un lupinario, è quello di non ritirarsi mai a notte tarda  durante le notti di plenilunio. Se però dovesse capitare di fare tardi e incontrare un lupinario, ricordate:
 - bastava mettersi al centro di un incrocio;
infatti, il segno di croce incuoteva paura al licantropo che evitava, perciò, di attraversare ogni quadrivio.
Se non ci sono incroci, allora
- salite un gradino;
i licantropi e i lupinari, una volta trasformati non sanno salire le scale! .....neanche un gradino.
- Il modo migliore per far allontanare un licantropo o un lupo mannaro da un luogo è quello di mettere sulla parete una stella a cinque punte (pentacolo), con ai lati due candele bianche.
- Un' altro è quello di spargere del sale grosso a terra, perchè nel caso il licantropo o il Lupo mannaro che arriva, si fermerà a contare i granelli di sale e non si preoccuperà più di ciò che gli succede intorno...... ma quando finirà di contare sarà meglio fuggire a gambe levate.
Lo stesso motivo induceva i nostri antenati a tracciare a Natale con dei carboni accesi, per tre notti consecutive, una croce sotto la pianta dei piedi dei piccoli affinché venisse loro scongiurato da grandi l' eventuale grave disturbo della licantropia.

Per fortuna, col diffondersi dei mezzi di comunicazione, il lupo mannaro ha trovato il suo nuovo ruolo soltanto nei film e non turba più il sonno delle famiglie........

Comunque questa notte di plenilunio e di eclisse, fate tesoro di questi vecchi consigli.

domenica 12 giugno 2011

Sand’Andònie mije!


Sand’Andònie mije! - equivalente del più famoso "Madonna meije!",  è un'sclamazione abbreviata di una invocazione polivalente, usata in ogni occasione...
di pericolo: Sand'Andònie mije aiuteme! ... Sand’Andònie mije piensece Tu!
…o di scampato pericolo Sand’Andònie mije ... te ringrazie!

Il Sand’Andònie in questione è  Sant’Antonio da Padova, un Santo venerato in tutto il mondo che si festeggia proprio oggi 13 giugno. I Tarantini così  chiedevano la Sua intercessione:
 
  Sand’Andònie mije benìgne
de prijàrTe nò so digne
 Tu canusce le pene mije
Nu Padre Nostre e N’Ave Marie. 
 
       
Oppure:                                   
Sand’Andònie mije benìgne
de prijàrTe nò so digne
Tu canusce le mie bisogne
tanda chiacchiere no’nge vonne.


La credenza popolare vuole che Dio ha concesso a Sant’Antonio la capacità di esaudire tredici miracoli al giorno,  per questo è uno dei Santi più invocati. Tale è il potere e la Sua magnanimità nel soccorrere i bisognosi, che la preghiera rivolta a Lui è breve, senza suppliche, promesse e litanie...insomma senza “Tanda chiacchiere”. I miracoli a Lui attribuiti sia in vita che post mortem, sono tanti e di vario genere  e fiduciosi ci si rivolge a Lui per ogni necessità... 

Per ritrovare gli oggetti smarriti 
una leggenda locale  narra che un signorotto perse il suo prezioso anello mentre era in barca in Mar Piccolo. Dopo vane immersioni dei pescatori che lo accompagnavano,  per cercare di ritrovarlo, il nobiluomo appena sbarcato si recò al convento di San Francesco e fece lauta offerta ai frati affinchè pregassero il Santo per fargli  ritrovare. Nonostante la fede e le preghiere l’anello non si ritrovava, così che dopo diversi giorni il signorotto mandò al convento una cesta di pesce fresco, per ringraziare i frati dicendo loro di sospendere le preghiere. Ma proprio mentre si apprestavano a cucinare quel cibo provvidenziale, nella pancia di uno di quei pasci freschissimi trovarono l’anello tanto cercato che fu immediatamente consegnato al nobiluomo.

Vox populi attribuisce l'anello al Principe Caragnano che poco dopo fondò la Confraternita di Sant'Antonio.

Ma c'è anche l'episodio del 1894 di una signora che si trovava nella carrozza dì un treno, dopo la partenza si accorse d'aver smarrito il biglietto di viaggio – si mise a cercare in ogni borsa e valigia, aiutata da coloro che dividevano la stessa carrozza. Videro ovunque ma del biglietto neanche l’ombra, allora la signora esclamò "Sant'Antonio trovatelo voi!" — esclamazione che suscitò l’ilarità di qualche incredulo viaggiatore.                      Dopo qualche minuto il controllore entrò nella carrozza, al vederlo la signora continuò a cercare nella borsa essendo per lei gravosissimo  ripagare il biglietto. Il controllore capisce e le chiede: "Lei ha perduto il suo biglietto? Per quale destinazione?" - la signora gli nomina la città - "Ebbene, stia tranquilla: il suo biglietto è stato trovato sul marciapiede della stazione di partenza e mi è stato consegnato> così dicendo le porse il biglietto. La signora ringraziò il controllore <Grazie a Lei> e quelli che erano in carrozza con lei, che prima avevano riso alla sua invocazione aggiunsero  < e a Sant’Antonio!>.


per avere notizie
Nel 1729 un mercante spagnolo si recò in Perù per motivi di lavoro. Durante la sua assenza la moglie gli scrisse molte volte , ma lui non rispondeva ed ella, preoccupata, si rivolse a S. Antonio,  scrisse una lettera e la sistemò nelle mani di una statua del Santo. Dopo pochi giorni nel ritornare a pregare il Santo, con sua grande meraviglia, trovò nelle mani della statua la risposta del marito ed alcune monete d'oro.
La lettera, che è tutt'oggi visibile in Oviedo, reca la data di Lima 23 luglio 1729 ed in essa l'uomo specifica di aver ricevuto la lettera della moglie dalle mani di un frate francescano.
Da allora Sant’Antonio  è invocato come “Guida" o meglio "Protettore” della corrispondenza  scrivendo sulle lettere la sigla "S.A.” (San Antonio) trasformata in S.A.G .  (S. Anthony’s Guide) da una associazione Francescana  americana  che per consolidare questa usanza ha creato una sorta  di adesivo chiudilettera con la sigla già stampata, da applicare sulle buste.


in soccorso di marinai e pescatori durante le tempeste
Si racconta che, nel 1703, due imbarcazioni della flotta del nobile Lupo d'Ippolito sindaco di Nicastro, provenienti da Napoli e dirette in Calabria , stessero per affondare a causa del mare in tempesta.
Alle invocazione di aiuto rivolte al Santo dal nobile d'Ippolito, ritornò la calma. Come ringraziamento per la grazia ricevuta, fece realizzare un'affresco raffigurante il salvataggio.


A favore di carcerati 
Perché frate Antonio intervenne per modificare la legislazione del comune di Padova che nel 1231 prevedeva pene esemplari per i debitori insolventi, condannati al carcere duro in condizioni disumane. Frate Antonio il 17 marzo 1231 andò dal podestà chiedendo una riforma del codice penale ottenendo la commutazione del carcere nel pignoramento dei beni e nell’esilio dalla città.

A protezione delle messi
Perché  invocato dai padroni, scacciò i passeri che a stormi stavano distruggendo i campi grano.
Ma si narra anche di due proprietari di due campi confinanti che avevano seminato grano. Le pianticelle erano cresciute già dieci centimetri quando un gruppo di fedeli che andavano in pellegrinaggio alla basilica di San Antonio, attraversarono i campi calpestando le piantine.                   
Quando i padroni si accorsero della distruzione del raccolto, uno si mise a bestemmiare, mentre l’altro invocò l’intercessione di Sant’Antonio.
Il risultato fu che nel campo di chi aveva imprecato le piantine seccarono, mentre nel campo di chi aveva pregato ritornarono rigogliose e donarono un fruttuoso raccolto.
Da questi episodi nasce l’usanza nel Gargano di sospendere ogni attività di mietitura il 13 giugno. Non farlo significava suscitare l’ira del Santo che avrebbe bruciato il mietuto.


A Sant’Antonio e ai suoi miracoli sono legate anche due usanze ancora molto praticate...
 

La tredicina a  Sant’Antonio
Nel 1617 a Bologna una donna che dopo dieci anni di matrimonio non aveva figli,  ricorse al patrocinio di Sant’Antonio per avere la grazia di diventare madre. Una notte sognò  il Santo che le disse “Visita per nove (quanti sono i mesi di gravidanza) martedì (giorno dei funerali del Santo -17 giugno 1231) la mia immagine nella chiesa di S. Francesco, e sarai esaudita”.
La donna obbedì e dette alla luce un grazioso bambino che rallegrò la sua casa e riportò la pace nel suo cuore.
I martedì furono portati da nove a tredici in ricordo del giorno della morte del Santo, 13 giugno  e per lo stesso motivo furono sostituiti col venerdì – Questa pratica devozionale prese nome di tredicina.
Oggi la tredicina viene fatta tutti i giorni,  inizia il 1 giugno per concludersi il 13 con i  festeggiamenti solenni in onore del Santo.


Il pane di Sant’Antonio
Un bimbo di venti mesi, di nome Tomasino, i cui genitori avevano l’abitazione vicino alla Basilica di Sant’ Antonio, in Padova, fu lasciato da sua madre accanto ad un recipiente pieno d’acqua. Allorché quella donna fece ritorno a casa, vedendo emergere i piedi del bambino da quel mastello, vi si precipitò, urlando trasse fuori il piccino, ormai morto. Disperata ebbe la forza di andare in Basilica a pregare, ricorrendo all’intercessione di Sant’Antonio,  si mise ad implorarne l’aiuto e fece voto di distribuire ai poveri la quantità di grano corrispondente al peso del bimbo, se il Santo lo avesse risuscitato. Passata qualche ora, il bambino emettendo un grido  ritornò in vita e fu portato subito in Basilica tra le braccia della madre.
Per questo miracolo il Santo viene invocato a protezione dei bambini con una tradizione  chiamata «pondus pueri» (il peso del bambino): i genitori promettevano al Santo tanto grano  quanto era il peso dei figli, in cambio della sua protezione.
Col tempo questa pratica cambiò  nell’offerta  di pagnotte di pane  -  dette il pane dei poveri - che il 13 giugno  venivano benedette e distribuite ai bisognosi. Così che Sant’Antonio viene invocato anche a protezione dei poveri.
Al pane di Sant’Antonio  erano attribuite proprietà taumaturgiche, come quando cotto e bagnato con olio era applicato sui seni delle mamme per favorire la produzione di latte.                           
Tutt'oggi si usa mangiare un pezzo di pane benedetto dopo aver recitato un PaterAveGloria per assicurarsi la protezione del Santo per tutto l’anno.

sabato 11 giugno 2011

U' sutazze



U’ sutàzze (il setaccio),molti non sanno neanche cos’è, alcuni sanno che è un arnese di cucina, oggi ce ne sono di bellissimi, in acciaio … fa parte di quegli oggetti che vengono “inclusi”, a scopo promozionale,  nell’ acquisto di una batteria … viene usato, generalmente come colino … ma qualcuno seguendo step by step le fasi di una ricetta che chiede di “setacciare la farina”, ne scopre la sua primordiale “destinazione d’uso”.

Setacciare la farina; un gesto antico che le nostre nonne compivano quotidianamente, ogni qualvolta dovevano preparare pane, pasta, focacce, “gnucculjidde”  e “cannaturizzie” (dolcetti);
Un gesto necessario,  perché la farina, venduta in sacchi, o alla minùte (al dettaglio) conteneva anche “canigghie” (crusca).  Spesso i sacchi di farina venivano conservati in luoghi umidi, e nella farina si formavano “le còchele” (i grumi) e a volte anche le “cannedde” (bachi della farina).
La farina era un bene primario e a volte unica fonte di sostentamento, certo non ci si poteva permettere di buttare della farina, anche se conteneva degli ospiti… Ma si ripuliva setacciandola.
U’ sutàzze  era un  recipiente di varie dimensioni,  formato semplicemente da una fascia di  legno alta circa dieci centimetri  che racchiudeva il fondo fatto di una retina metallica. Si metteva a poco a poco la farina e dondolando con un rapido movimento delle mani, si ripuliva la farina. Operazione molto importante, che rendeva possibile la panificazione.
Fare il pane è sempre stato un momento importante, permeato di una ritualità sacra, ricca di simboli:
La farina, da sempre simboleggia la morte… Il pane, simbolo di vita… La panificazione è il processo mediante il quale si attua l’eterno ciclo della vita, e il setaccio rende possibile tutto questo, dividendo ciò che è buono da ciò che è  cattivo…ciò che è bene usare da ciò che è  male, e proprio la sua peculiare ed indispensabile utilità, ha caricato questo “oggetto” di un forte significato simbolico.

Simbolo di castità: secondo una leggenda la vestale Tuzia per dimostrare la sua castità, disse che avrebbe raccolto l’acqua del Tevere con un setaccio e aiutata da Vesta, ci riuscì.

Simbolo esoterico: legato al culto di Iside e ai riti esoterici.

Oggetto di credenze popolari: essendo capace di “filtrare” le cose, si credeva che potesse “filtrare” anche i malefici e le jettature – per questo si usava appendere il setaccio dietro le porte di casa.

Il setaccio era anche l’oggetto rivelatore di un gioco:  “u’ sciuèco d’ù sutàzzo” 

Questo gioco permetteva di conoscere chi aveva preso quello che era sparito, o per sapere se un fatto era vero, o per scoprire se una persona era fedele ...
Insomma, per ogni domanda la risposta era … u’ sutàzze.

Si radunavano intorno al tavolo,  tutte le persone interessate e coinvolte nel quesito da porre a “’u sutazze” e una persona estranea a i fatti manipolava “u sutazze” e formulava la domanda.

Ci sono due diverse versioni del gioco:

-   La prima consisteva nel porre il dito indice sinistro al centro del setaccio e contemporaneamente si formula la domanda in forma interrogativa. Se la risposta è positiva, il setaccio si muove avanti, indietro,  a destra o a sinistra indicando il colpevole del misfatto. Se se sta fermo allora la risposta è negativa, il fatto non è avvenuto o il colpevole non è tra i presenti.


-   La seconda consisteva nell’ introdurre una forbice nella fascia di legno del  setaccio e mantenerlo in piedi; si formulava  la domanda facendo il nome dei presenti, se dopo aver pronunciato il nome il setaccio restava fermo,  la risposta era  negativa, se girava era affermativa e designava il “colpevole”.

Tutto questo sembra strano, ridicolo sicuramente poco razionale,  ma pare che anche i greci credevano nella simbologia del setaccio, tanto che Socrate aveva formulato la "teoria dei tre setacci" spiegata in questo breve aneddoto:

Un giorno, un tizio venne da Socrate e cominciò a parlare, agitatissimo: "Hai sentito, Socrate, cos'ha fatto il tuo amico? Te lo devo proprio raccontare!".
"Aspetta un po'", intervenne Socrate, "hai passato tre volte al setaccio ciò che stai per dirmi?".
"Passato al setaccio tre volte?", chiese l'altro sorpreso.
"Sì, mio caro, esistono tre setacci.   Il primo setaccio è quello della VERITA'. Hai controllato se tutto quello che vuoi dirmi è vero?".
"No, l'ho sentito dire e...".
"Vedi. Ma certamente lo avrai esaminato con il secondo setaccio, quello della BONTA'.    E' almeno qualcosa di buono ciò che vuoi dirmi, visto che non è vero?".
L'altro diventò ancora più incerto: "No, non si può dire, anzi, al contrario...".
"Bene, ora usiamo il terzo setaccio e chiediamoci se E' NECESSARIO raccontare ciò per cui ti agiti tanto!".
"Necessario, veramente, non mi sembra...".
"Dunque", disse il saggio sorridendo, "se ciò che mi vuoi raccontare non è vero, nè buono, nè necessario....   
Allora lascialo stare e non diamocene più cura".