lunedì 25 aprile 2011

... e quiste sò l'ove.

Dopo la sacralità e la religiosità della Pasqua, con con le sue celebrazioni e i suoi Riti tutti legati alla passione di Cristo, ricordiamo il lato goloso di questa festa di rinascita a nuova vita, e ricollegandosi anche ai vecchi riti  pagani Pasquetta, “pascaredde” … “carsunjidde”  - è un  giorno ci riporta a festeggiare la primavera, con la classica gita al mare o in campagna, per riscoprire la natura e festeggiarne la rinascita.

La goliardia popolare all'augurio "Bona Pasca"  suggerisce di rispondere  "...e quiste sò l'ove".

In qualunque modo si viva, il simbolo di questa giornata è lui L’UOVO…
Uova sode  a cominciare dalla prima colazione, da accompagno a taralli e caffè, o di cioccolata da consumare a fine pranzo, o da rubare durante la giornata.
Simbolo propiziatorio di vita, i romani dicevano “Omnia vivum ex ovo”.

I tarantini dicono:
“Pasche vène fuscènne
Le picc’nne vonne chiangènne
E a pascaredde chiàngene cu tutt’u core
Ci no tenene a scarcedde cu l’ove ”
(Pasqua viene correndo
I bambini vanno piangendo
E a pasquetta piangono di cuore
Se non hanno la scarcella con l’uovo)
‘a scarcedde è un dolce dall’impasto povero, (farina, zucchero, vino e olio) contenente delle uova.
Le forme sono tante tutte dettate dalla fantasia, ma tutte legate alla stessa simbologia…
La forma comune è quella del “cestino”, della “borsa” del “paniere” insomma del contenitore di uova, ma ci sono anche il pesce, l’agnello, la gallina, le “pupe” (le bambole)  dove l’uovo è inserito all’altezza della pancia a simboleggiare fecondità.

...
L’uovo è legato ai riti di rinascita, di rinnovamento, che racchiude nel suo fragile guscio il mistero della vita.
Per i Cristiani sono simbolo della resurrezione di Cristo.
Si racconta infatti la Madonna portò a Ponzio Pilato un cesto pieno di uova per implorarlo di liberare il figlio.Pilato le disse che ormai non poteva fare più nulla e alla Madonna cadde il cesto delle uova dalle mani. Le uova rotolarono e si dispersero per il mondo diffondendo la tradizione delle uova pasquali…
Altra leggenda racconta che Maria Maddalena corse dai discepoli per dire loro che aveva trovato il sepolcro vuoto. Pietro, che era appena rientrato portando con se un cesto di uova  le disse: <crederò a questo solo se le uova di questo cestino diventeranno rosse> … e subito le uova diventarono rosso sangue.
... da cui l'usanza di colorare le uova
Ma … l’'uso di scambiarsi le uova risale al Medioevo, periodo in cui la Chiesa dettava severissime imposizioni, e per il  digiuno Quaresimale ,  proibiva di mangiare uova, quindi le uova “sfornate” dalle galline in quelle 6 settimane, dovevano per forza essere smaltite rapidamente. E' per questo che venivano benedette in chiesa durante la messa della domenica di Pasqua e poi rassodate, colorate e regalate a parenti e amici come  augurio di fecondità in ogni campo.
Questo messaggio propiziatorio spinse anche  i nobili a seguire questa tradizione, ma per distinguersi dal popolino crearono uova artificiali in metallo prezioso (oro, argento) o perlomeno laccate.
La tradizione dell'uovo con la sorpresa nasce infatti quando, a seguito delle Crociate, furono portate in Europa le prime uova di struzzo. In alcune chiese l’uovo di struzzo veniva usato come contenitore di reliquie.
Le uova di struzzo, avendo un guscio abbastanza resistente, ed una taglia XL, si prestavano bene ad essere lavorati e  impreziositi con montature d'argento e d'oro, con coralli e pietre preziose, oppure incisi, dipinti laccati,  con immagini della Resurrezione.
Per imitare le uova di struzzo Luigi XIV, il Re Sole, ordinò ai suoi cuochi di crearne in cioccolato.
Uova finte povere o preziose... Uova vere di gallina o di cioccolata... Uova sode colorate o dolci e golose, con sorpresa o senza ... l'importante è che oggi possiamo divertirci a … romperle tutte!

domenica 24 aprile 2011

Sciuscielle, cazzemarre e scarcèdde...

Reduci del pranzo Pasquale che ci ha ridotti in poltrona  in pieno abbiocco postprandiale, spossati dalla magnalonga,  e coi lardominali sotto sforzo, siamo troppo stanchi  per pensare a quello che abbiamo ingurgitato, tantomeno al perché……..

I simboli della Pasqua sono :
l’agnello , simbolo sacrificale
la colomba, simbolo di pace. 
l’uovo, simbolo di rinascita 
Simboli che si materializzano anche sulla tavola Pasquale, oggi come ieri…

Il pranzo del giorno di Pasqua  era molto atteso e preparato curandolo scrupolosamente nei minimi particolari.

Forse non tutti lo conoscono, ma il piatto principale era ‘u sciuscielle:
Minestra a base di uova sbattute con formaggio e prezzemolo versate a pioggia in brodo di gallina bollente e cotte per qualche minuto mescolando con una forchetta.
Un piatto povero, facile e veloce da preparare  ma molto gustoso, sostanzioso e leggero; peculiarità che lo hanno eletto piatto principe della tavola Pasquale.
In apparenza  troppo poco per un giorno di festa,  ma  ‘u sciuscielle era un ottimo piatto introduttivo, che non sforzava  lo stomaco provato dalla lunga serie di digiuni  imposti durante i quaranta giorni di Quaresima.

L’azione preparatoria d’u sciuscielle era preceduta da un piatto di frutti di mare: òschere, javatùne, cozze, nùce, cuèccele e cozze pelòse;  in questo modo ci si preparava  degnamente al seguito: chiancaredde condite col ragù  de braciòle (involtini di cavallo) e caserecòtte e gli immancabili gniummariedde o cazze marre  de pèchere velàgne  (involtini di interiora di agnello).

E per finire il dolce classico: a’ scarcèdde ... 


pasta biscotto e uova sode a volontà!
Dolce tipico delle festività pasquali è la "scarcedda", un dolce molto semplice, come tutti i dolci di antica tradizione, preparata con farina, olio uova e zucchero. La caratteristica di questo dolce è che al suo interno contiene delle uova lesse (sempre    in numero dispari), fissate con alcune strisce di pasta ai lembi della scarcella.
La ricetta di questa delizia ve la riporto direttamente in tarantino:

'Nu chìle de farìne quàtt' óve
Mienze chìle de zùcchere
Dociende gramme de uègghie d'alìje
Dóje marànge sprangiùte
'Nu lemóne grattáte
'Na menza tàzze de resolie
Dóje lièvete pe le dolce
Dó pizzeche de vanigline



La scarcella può avere varie forme. Le più usate sono: "il pesce"  e  "il panierino", ma anche " il cestino", "l'agnello", "la bambola".
 Una volta le scarcelle venivano regalate ai familiari, e si scambiavano tra amici compari e fidanzati.
Regalare questi dolci rappresentava un vero e proprio rito propiziatorio.
..... quella che l'uomo regalava alla fidanzata, era detta "la monaca", e augurava l'auspicio che la ragazza si mantenesse riservata e casta fino al matrimonio.


..... quella che la donna regalava  al suo fidanzato, era detta "cavalluccio", e auspicava la forza e la virilità del futuro marito.  

Bello e interessante il folklore, ma spesso i gesti tradizionali sono dettati più dal senso pratico che dalla simbologia ancestrale.
  

Anche l’usanza di regalare e consumare uova a Pasqua ha una spiegazione pratica: durante il periodo di Quaresima era vietato mangiare uova.
Le uova prodotte dalle galline in questo periodo, in parte venivano utilizzate per preparare i dolci Pasquali e le altre venivano conservate, meglio se  sbollentate in acqua calda, così duravano di più -  e poi  venivano consumate  a Pasqua, regalandole ad amici e parenti per poterle finire il prima possi
bile.

Nonostante la frugalità delle scarcedde, durante il periodo di guerra, quando procurarsi i viveri era molto difficile, anche preparare questi dolci semplici era problematico.

Frequentavo le elementari, quando imparai una poesia in vernacolo che descrive  questo disagio.

Le scarcedde.

Hagghie ditte a Jannaredde:
<nò me fasce dò scarcedde, pe' stà Pasche cà stè vene?>
M'ha rispueste:
<Da 'ddò jiesse cù stà 'nzerre?
Quidde picche de farina
cà ne donne a quinnicine,
nò n'àvaste pe' nè fà n'ogne de paste,
pe' nè fà dò chiancaredde...
e uè cu fasce le scarcedde?
Sinde a me, care fràte, tu và... 

pigghie tutte cose, port'à casa ...
e Jannaredde, te le fasce le scarcedde!>

venerdì 22 aprile 2011

Sabato Santo

IL  RIENTRO
La processione percorre le Vie del Borgo e a notte inoltrata si rifugia presso la Chiesa di San Francesco da Paola, dove i perdune si riposano prima di ritornare nella Chiesa del Carmine.
E  proprio il rientro di questa processione, regala il momento più intenso ed emozionante di tutta La Settimana Santa:
“LA BUSSATA"
Il  troccolante si  affaccia sulla Piazza gremita di gente, accompagnato dal suono di marcia funebre.
Poi la banda smette di suonare, in piazza cala il silenzio interrotto solo dal suono dalla troccola, sempre  più forte e deciso. Poi anche la troccola tace,  il troccolante è davanti la Chiesa... sale il marciapiede,  poi alza la mazza e bussa dando tre colpi di mazza sul portone della chiesa, chiedendo asilo per sè e  per i suoi confratelli. 
Così il portone si apre e ad uno ad uno lascia entrare tutti i simboli e le statue.
Un momento che tutti attendono, tranne i Confratelli, che giunti nella piazza antistante la Chiesa rallentano le loro nazzicate.  Tutti col volto rigato di lacrime, e le poste hanno i cappucci bagnati dalle lacrime.
Dopo l’entrata del troccolante, la piazza si svuota, mentre le altre statue, lentamente rientrano… il Gonfalone, la Croce dei Misteri, Cristo all'orto, la Colonna, Ecce Homo, la Cascata, il Crocifisso… e a questo punto la piazza  è di nuovo  stracolma di persone, tornate per assistere  al rientro delle statue che più simboleggiano questi riti...Gesù Morto e l'Addolorata, che ora sono nella Piazza, vicine... ormai la Madre ha ritrovato il figlio, non ha potuto fare nulla per salvarlo dal Calvario ed ora lo piange accompagnandolo alla Sua ultima dimora. Accompagnate dalle marce funebri della banda, lentamente entrano e il troccolante, che ha atteso il rientro di tutti i Confratelli, procede a  chiudere il portone  alle spalle dell’Addolorata.
A descrivere in versi la “bussata”…
Aspitte Frate'! Aspitte!
Scinnele stu' bordone!
'U se ca quanne tuzze,
finisce 'a prucessione?
Me uarde e me rentuzze,
Frate'! ce vue' no tuzze!
ma a notte ha state gnore
e 'u core, assaije, me dole.

(dal sito TarantoNostra.com)

 Per tutti i confratelli c’è una frase:  “I riti si sono compiuti. L'anno nuovo puo' cominciare!”
Hanno così fine i Riti della Settimana Santa tarantina accompagnati dalla colonna delle marce funebri. Alla tradizione religiosa e folkloristica della Settimana Santa, si affianca una tradizione molto cara ai “cataldiani”,  quella musicale, legata all'esibizione di Marce funebri, eseguite da bande locali:
- il gruppo bandistico "Domenico LEMMA"  - per i tarantini “Meste Mengucce” -  diretto dal maestro Giuseppe Gregucci,
- il Gran Concerto Bandistico “Città di Taranto” “Giovanni Paisiello”, diretto dal maestro Vincenzo Simonetti.
- La Banda della Marina Militare, diretta dal maestro primo maresciallo luogotenente Marcello Cavalera.
Tutte si cimentano nell'esibizione di:
- “A mia madre” di Francesco Buzzacchino.
-“Inno a Cristo morto” di G. Cacace, il primo autore di marce funebri tarantine,
- “Tristezze” di G. Lacerenza,
- “Grido di dolore”di A. Cardone
- “Mestizia di V. Manente, già direttore della Banda della Marina Militare,
- " A Gravame” di D. Bastia.
- " Mamma” di L. Rizzola”.
- “A Berardino Lemma” (“A mio padre”) di Davide Latagliata,
- “A Domenico Lemma” di G. Gregucci,attuale direttore della banda “D. Lemma”,
- “A mio fratello” di Nino Ippolito,
- ”Venerdì Santo” di Nicola Centofanti,
-  “Tristezze” di Giacomo Lacerenza.
- ”A Rinaldo” di Vincenzo Simonetti,
- ”Elegia” di Angelo Lamanna e
- “Jone” di Enrico Petrella.

LA RESURREZIONE
L'Arcivescovo Bernardi "'u polendòne" oltre a vietare l'allestimento dei Sepolcri, vietò anche le processioni della Settimana Santa, e proprio questo provocò l'insurrezione popolare, che costrinse l'Arcivescovo a riportare le tradizioni al loro posto, cambiando solo l'ora della "Cena Domini" del Giovedì Santo, dalla mattina al pomeriggio. Di conseguenza, furono spostate tutte le altre celebrazioni, tra cui la Messa di Resurrezione che dal Sabato mattina passò alla mezzanotte tra il Sabato e la Domenica.
La processione dei Misteri, oggi interessa solo il Borgo, ma fino a quarant'anni fa, girava anche nell'Isola Madre. Poi dopo l'ultima processione a Taranto Vecchia, del 24 marzo 1967, si decise di restringerla solo alla Città Nuova.
Al momento della Resurrezione, tutte le chiese della città slegavano le loro campane, (azzittite per tutta la settimana santa), facendole suonare a distesa annunciando la Resurrezione di Gesù. A quel punto venivano fuori le scarcedde che  pescatori, impiegati e artigiani del vecchio Borgo Umbertino  mangiavano festosi,l dopo essersi radunati in Piazza Fontana, davanti alla Torre dell’orologio. Mentre  nelle case (dove non si erano più fatte le pulizia per rispetto ai riti) si usava  aprire finestre, sbattere porte e battere per terra e sotto i letti con le scope per scacciare gli spiriti maligni.

mercoledì 20 aprile 2011

Triduo pasquale

GIOVEDI' SANTO
Un giorno particolare, che da inizio al Triduo Pasquale, alle 48 ore più lunghe e intense della Settimana Santa.
Tutto inizia col silenzio...... infatti da oggi le Chiese "legheranno le campane" per rispettare il silenzio in segno di lutto. Proprio oggi infatti, con la “Missa in cena Domini” che rievoca,  l'Ultima Cena di Gesù con la suggestiva “lavanda dei piedi”,  e  l'istituzione del Sacramento dell'Eucaristia, comincia la commemorazione della Passione di Gesù. Alla Messa prendono parte 12 confratelli in abito di rito, che prendono posto davanti all’Altare maggiore – rappresentano i dodici Apostoli  – ai quali il sacerdote celebrante, imitando il gesto di Gesù durante l’ultima cena, laverà i piedi. Dopo la celebrazione della Messa,  ha inizio il  “Triduo Pasquale”  ossia i tre momenti cruciali dei riti della Settimana santa: Pellegrinaggio  ai Sepolcri, Processione dell’Addolorata, Processione dei Misteri.

LA VESTIZIONE
Un altro rito, meno conosciuto, perchè privato e riservato ai confratelli, è quello della  vestizione.
Indossare l'abito di confratello richiede un vero e proprio rituale. I confratelli non indossano mai l'abito, senza essersi prima confessati.  Il percorso di preghiera penitenziale dei "perdune" comincia proprio con la vestizione.  I confratelli si aiutano tra di loro, e alla fine della vestizione,  vanno dal Padre spirituale per ricevere la benedizione ed infine, prima di uscire,  l'ultimo gesto...l'abbraccio alla Croce dei misteri.

PELLEGRINAGGIO  AI SEPOLCRI
Il rito del pellegrinaggio de le "PERDUNE" sembra risalire ai tempi dei pellegrinaggi a san Giacomo di Compostela in Spagna (jacopei), a Roma (romei), in Terra Santa (palmari).
La "visita dei Sepolcri" rimane uno degli eventi  più sentiti dai fedeli. Tradizione vuole che il numero dei Sepolcri da visitare deve essere dispari.
Anticamente fu stabilito un numero minimo di "sette" quanti i dolori di Maria – poi si passò a "cinque" quante le piaghe di Cristo – adesso anche "tre" quante erano le croci sul Calvario.
Il Sepolcro più bello e importante da visitare è quello della Chiesa del Carmine, dove viene allestito un tappeto di fiori e germogli, che copre tutto l'altare –  mentre nella Cattedrale di San Cataldo l'esposizione del Santissimo non prevede alcun tipo di addobbo, né  fiori, né luci. Sull'altare viene esposta solo l'Urna in cui è reposto il Santissimo, il tutto illuminato solo dalla fievole luce delle candele.
A simboleggiare il pellegrinaggio ai Sepolcri sono i confratelli del Carmine,  detti "perdune" –  ossia pellegrini penitenti   o "anime incappucciate", come le ha definite Nicola Caputo,  peccatori in cerca di espiazione – che dopo la Messa in Cena Domini del Giovedì Santo, con l'abito di rito e scalzi -  escono in coppie dette "poste" perchè appunto, ogni coppia sosta, quindi si ferma , postando, in adorazione al sepolcro.
 Le coppie di confratelli, escono dal Carmine, ad intervalli regolari di 15 minuti e l'ultima di queste viene chiamata "u serrachiese"   -  tant'è che a Taranto per indicare l'ultimo che arriva ad un appuntamento si dice:  “na',  ste' arrive 'u serrachiese!
La prima posta,  dette  “di campagna”, si dirigerà nel borgo che anticamente era costituito da chiesette sperdute nella campagna.  Usciranno dalla sagrestia della Chiesa del Carmine su Via Giovinazzi,  dirette a visitare le chiese di San Francesco de Paola, SS. Crocifisso, San Pasquale.
Le altre poste, dette “della città” andrà verso la città vecchia che anticamente costituiva l’unico nucleo  abitato. Usciranno dal portone principale della Chiesa del Carmine  che affaccia su Piazza Giovanni XXIII, dirette  a visitare  le chiese di  Sant'Agostino,  Monteoliveto,  San Cataldo, San Domenico,  S.S. Cosma e Damiano, San Giuseppe.
Le poste camminano lentamente,  procedendo all’unisono, "ammusckate"  (spalla a spalla) e "nazzicanne" (dondolandosi).
Ogni coppia sosta dinnanzi al sepolcro fino all'arrivo di un'altra coppia che ne prenda il posto affinchè   "'u sebburghe" non rimanga mai incustodito.
Suggestivo il momento del "cambio" tra poste, quando il piu' anziano dei confratelli,  sempre alla destra della coppia,  si avvicina alla coppia in preghiera dicendo  sommessamente: "sia lodato Gesu' e Maria"  che sara' seguito da un "sempre sia lodato" a cura della coppia "uscente". Come saluto usano sbattersi sul petto il medagliere che hanno alla vita,  gesto che si chiama: 'u salamelicche" -  parola di origine ebraica, da “salam alec”, la pace sia con te.
Questo gesto viene ripetuto dai “perdune” anche ogni qualvolta le poste si incrociano per strada.
Le "poste" interrompono il pellegrinaggio ai Sepolcri e rientrano al Carmine intorno alla mezzanotte, per riprendere il loro pellegrinaggio all’alba del Venerdì Santo.
Ed è proprio nella mattinata  del Venerdì Santo che si può assistere a "'u salamelicche" più suggestivo e commovente, che è quello che i "perdune" fanno alla Madonna , quando durante il loro tragitto incrociano la processione dell'Addolorata: la coppia di "perdune" si ferma, il confratello più anziano della "posta" batte tre colpi di mazza poi insieme, rivolti verso la statua dell'Addolorata, incrociano le mazze e si genuflettono battendosi il petto col Rosario che hanno alla cintura.
E' un momento davvero toccante. Ed è impressionante il silenzio che si sente per strada, nonostante la folla che accompagna la processione - un silenzio di commozione, e devozione, che consente di sentire benissimo i colpi di mazza che danno il via a questo "gesto" di saluto.
Sul  "SALAMELICCHE"  Cesare Giulio Viola in "PATER" cosi' scrive:
"…Varcavano le soglie sacre, e il passo non mutava: avanzavano poggiando il BORDONE sul pavimento con tonfi secchi: giungevano presso la coppia che li aveva preceduti e pregavano in ginocchio, e attendevano: quelli si calavano il cappuccio sul volto e si levavano: poi otto braccia si incrociavano su quattro petti i rosari battevano contro le mazze, suonavano le medaglie; la seconda coppia si genufletteva, la prima riprendeva il suo passo…"
“...E andavano senza tregua, mentre la folla per le strade si aumentava, si rinnovava, si faceva piu' rada e stanca. E' l'ora del desinare e della siesta, e i perdoni seguitavano:  era il tramonto, si accendevano i lumi, e i perdoni seguitavano tutta la notte finche' le strade si facevano deserte, e il sonno invadeva le case e appariva all'orizzonte pallida di dolore, la luna della Settimana Santa.
Allora, a vederli all'improvviso, se svoltavi l'angolo di una via, in tutto quel biancore e in quel silenzio, ti parevano evocati da un mondo medianico, e non li guardavi…"
Il nome di questo gesto è entrato nella comunicazione popolare e spesso viene usato per sottolineare convenevoli esagerati: “ste face tande salamelicche! “ per indicare qualcuno che temporeggia sull'argomento da discutere girandoci attorno incensando l'interlocutore. 
LA PROCESSIONE DELL’ADDOLORATA
A mezzanotte del Giovedì Santo arriva il secondo momento del Triduo pasquale, quello più atteso dai Tarantini – la processione dell’Addolorata di San Domenico.
La processione dell'Addolorata, si è affermata a Taranto grazie al canonico Vincenzo Cosa che nella prima metà del XVII secolo introdusse, nella chiesa di San Pietro Imperiale (oggi San Domenico), il culto verso l'Addolorata. Nel tempio, sin dal 1670, era già operativa la confraternita di San Domenico in Soriano, per cui il culto dell'Addolorata si affiancò a quello per il Santo fondatore dell'Ordine dei Predicatori.
A quei tempi però, la processione dell'Addolorata si svolgeva nella terza domenica di settembre ed era chiamata " 'A Festa Granne".
La processione dell'Addolorata, anticamente, pare fosse un pellegrinaggio che prevedeva l'ingresso in sette chiese della città, tante quanti gli ingressi della città di Gerusalemme. I numerosi devoti, a causa dell'esigue dimensioni delle chiese locali, eccezion fatta per la Cattedrale e San Domenico, spesso erano costretti ad accalcarsi fuori dalle stesse, attendendo pazientemente il loro turno e quindi sia per riscaldarsi che per riequilibrare il peso del corpo, si lasciavano andare a quel dondolio meglio noto come "nazzicata" che  è divenuto poi il passo tipico dei  "perdune" .

Quello che la Processione dell’Addolorata simboleggia è stato descritto magistralmente in questa poesia di Michele Pulpito:

'A 'Ddulurate a' recerche de Criste
Marija Maddalene:   Addò vè, Marì? Cume Te veche addulurate!
Marije:   Voche cercanne 'u Figghie Mije, piccè sende in'ò còre ca stè pe fa na brutta fine!
Marija Maddalene: - Hè raggione, Marì, hagghie viste ca 'U stè purtavene sus a 'nu monde tutte 'nzanguinate e allazzarate e cu' 'na croce 'nguedde p'U crucefessare
Marije:  'u Figghie Mije volene crucefessare? E piccè? cè brutt'azione ha fatte cu digghia meretà d'essere mise 'nCroce e avè 'na sorte daccussì atroce?
Ind' a 'stu munne nò 'nge n'honne maje state uemene daccussì buene cum'a Jidde. Ha fatte tanda bene a tutte quande! Ha date 'a viste alle cecate, ha sanate le struppiate, penzigne a le muerte ha resuscitate! E mo' 'U volene accidere?!
O Signore, ca stè 'nGiele e ca vide ogn'è cose, allundane da Jidde 'sta brutta morte, piccè no' se l'ammerete proprie. E' nu Figghie Sande e vòle bene a tutte quande! E' na Mamme ca Te l'addummanne, nà Mamme ca Le stè spezze 'u core e ca Te 'mblore ascennucchiate, ca nò pò vivere senz'a 'u Figghie Suje, ca è tott'a vita Soje.
Ce te Pigghie a jidde, pigghiete pure a mè, piccè 'u Figghie Mije adurate è tott'a ricchezza  Meje, è 'u bene Mije chiù granne. 'A vite, 'a  vita Meje no pò esistere senz'a Soje.
Te preje, Te preje, o Dije Sandissime, uarde a stà Mamma desperate e fà cu se digghia salvà 'u Figghie Suje amate.
Ce mòre, 'sta Mamme mòre 'nzieme a Jidde: no' pò suppurtà 'na perdete daccussì granne, 'nù delore daccusì atroce.


La processione è così composta e disposta:
TROCCOLA
Banda
PESA'RE
  CROCE DEI MISTERI
POSTA (4)
TERZA CROCE
POSTA (4)
SECONDA CROCE
POSTA (4)
PRIMA CROCE
POSTA (2)
IL TRONO
L'ADDOLORATA
Banda
LA TROCCOLA          
Il lento andamento delle processioni della Settimana Santa tarantina è scandito dal rumore della troccola, strumento in legno finemente lavorato che, opportunamente agitato, produce il caratteristico suono.
E' uno dei simboli più ambiti e contesi in entrambe le processioni. Le  troccole  delle due confraternite , sono diverse l'una dall'altra. La prima quella  dell'Addolorata, è nera ed ha quattro maniglie metalliche per produrre il rumore. La seconda, quella dei Misteri,  è marrone e le maniglie sono sei.  
LE PESA’RE
I confratelli portano addosso due "pietre" legate da una corda appesa al collo. La tradizione vuole che questa “posta” sia formata da due bambini vestiti con l’abito di rito della confraternita, ma senza la mozzetta.  Sul significato simbolico di queste pietre si è molto discusso,   generando un po' di confusione.  Si dice possano rappresentare:
a) Le pietre scagliate su Gesu' durante il percorso verso il Calvario
b) Le tavole delle leggi di Mose'
c) Le pietre macchiate dal sangue di Gesu' sul Calvario
d) Pietre portate per espiare i propri peccati.
Quest'ultima sembra la più accreditata.
CROCE DEI MISTERI
Il terzo simbolo della processione dell'Addolorata è  una Croce recante i simboli della Passione e della crocifissione di Gesù Cristo –
La Croce dei Misteri della Processione dell’Addolorata è in legno nero, 
al centro:  il panno della Veronica  con impresso il volto di Gesù,
sull’asse orizzontale  a sinistra: la frusta, il martello, il bastone con chiodi, la lancia, la spugna, la mano, la brocca ed il catino, il calice,
a destra: la tonaca, la lanterna, la scala, l'ampolla, le tenaglie,
sull’asse verticale, sopra: la scritta INRI, la corona di spine,
sotto: il gallo, i dadi, la colonna, il teschio e le ossa incrociate.

I CROCIFERI
Tra le "poste" e i simboli, ci sono i "portatori della Croce"  detti "crociferi" che nella processione dell'Addolorata sono tre. Anche loro come le pesàre non indossano la mozzetta, e sono gli unici confratelli ad andare scalzi.
“CICCHETE GNACCHETE”
Une dei crociferi più famosi a Taranto era sicuramente  “Cicchete Gnacchete”  (Domenico d’Alba) che  era uno dei più anziani confratelli dell'Addolorata, sempre presente alle processioni. Si narra che, mettesse scrupolosamente da parte durante l'anno intero, i suoi miseri risparmi da portuale, per conquistare sempre la "prima croce" della processione. E' rimasto nella storia il suo incedere eccessivamente dondolante, più di una normale "nazzicata". Soffermandosi sulla genesi del suo soprannome, si avanzano due ipotesi: la prima che vuole che indossasse  scarpe che emettevano un rumore particolare, quando venivano calzate, simile a cicchete gnacchete , appunto; la seconda che lo attribuisce, invece, ad un difetto di pronuncia dello stesso, dovuto al “labbro leporino”, per cui, mentre lui parlava, emetteva un suono "umido" particolare simile a cicchete-gnacchete, appunto.
IL TRONO
I simboli e i crociferi sono intervallati dalle “poste” di perdune.  L’ultima posta, quella che precede la statua della  Madonna  è composta da tre confratelli, uno dei quali, al centro, porta il bastoncino che rappresenta lo scettro. Questo trio di confratelli è detto “trono”.
L’ADDOLORATA
La statua dell'Addolorata è poggiata su una base in legno nella quale vengono infissi dei paletti di legno, chiamate "sdanghe", che si poggiano sulle spalle dei portatori. Oltre i portatori,  a reggere la statua della Madonna ci sono anche degli uomini vestiti di scuro che reggono "le forcelle" - robuste mazze sulle quali viene poggiata la statua quando i quattro portatori cambiano di posto o si riposano. Il cambio avviene quando il confratello dice: “furcè” (chiamando la forcelle)….. allora, sempre continuando a “nazzicare” vengono puntellate le forcelle che alleviano i confratelli. Quando i confratelli si sentono pronti a riprendere la statua dicono: “nguè” (addosso) indicando che sono pronti a ricaricarsi le sdanghe sulle spalle. Ma anche durante questa operazione la statua non cessa di muoversi, seguendo quel  lento "nazzecare" che caratterizza l'andatura di tutta la processione.
I confratelli che reggono la statua dell'Addolorata, sono gli unici ad avere il volto scoperto, mentre tutti gli altri confratelli che fanno parte della processione sono incappucciati.
I momenti più caratteristici di questa processione sono dovuti al passaggio della Madonna da alcuni punti cruciali della Città: l’uscita da San Domenico, la discesa “da ‘u bunnine” (pendio Lariccia), il passaggio da  Piazza Fontana - dove tanti anni fà si preparava un enorme falò in onore dell'Addolorata -  il passaggio da “’u ponte de firre” (dal Ponte girevole), la sosta di preghiera presso la Chiesa del Carmine, l’arrivo all’Istituto delle Suore Maria Immacolata, dove la processione entra per un momento di preghiera e consentire ai confratelli di ristorarsi, prima di intraprendere la strada del ritorno, durante la quale molto suggestivo è il passaggio dal Ponte girevole, che di solito avviene verso le 12:30 – il troccolante cede la troccola ad un mazziere e i  confratelli fanno una piccola sosta, alzandosi il cappuccio. Tutto ciò in ricordo di una antica usanza. Anticamente infatti i confratelli non effettuavano la sosta all’Istituto delle suore, per cui, mentre erano sul ponte erano raggiunti dalle donne (mamme, mogli, sorelle) che portavano loro qualcosa da mangiare. –  La sosta non è lunga, perché deve solo ricordare una tradizione.
Il passaggio sul ponte è suggestivo anche perché contemporaneamente si possono ammirare due importanti simboli di unione tra la Città e l'antica Isola: il ponte che le unisce materialmente, e la Madonna Addolorata che le unisce nell'Amore, ma che come dimora ha scelto, e non a caso, l'Isola, la Città Vecchia, ossia quella parte di città che di solito viene dimenticata ed "evitata", ma non dalla Madonna, che ha voluto assicurare proprio li la sua presenza costante quasi a voler ringraziare la devozione dei suoi abitanti, rimarcando l'importanza storica e culturale della Città Vecchia.
La devozione dei Tarantini per la Madonna Addolorata si evince dal silenzio che accompagna il Suo passaggio tra la folla. Un silenzio che  altro non è che una corale preghiera per chiedere il Suo aiuto e la Sua protezione per noi,  per chi ci è vicino e per chi ci ha chiesto di porgerLe  una preghiera in loro nome.
E guardando il volto dell'Addolorata – un  volto segnato dalla paura  e dall’angoscia nella  disperata ricerca del Figlio –  si può scorgere anche una dolce e caritatevole espressione di ringraziamento.

Il sentimento dei tarantini verso l’Addolorata è riportato in questi pochi versi di Gregorio Andriani:

'A Mamme d'u Delore.
Nu' tarandine, a quanne stame fore,
vulime star'a Tarde pe vede a Te.
Tu si pe nnuije 'a Mamme d'u Delore
e spece ce 'nquarcune c'a sufferte
ogne delore amare a vita soje.

A chiudere la processione uno stuolo di fedeli penitenti, alcuni anche scalzi, che portano il cero penitenziale dell’Addolorata e pregano ora come un tempo:
…'U mande e le spine,
spine, spine de marije;
'u sole quedda matine,
no' nge stave mmijenze a vie;
ha tremelate e ha chiangiute,
acque de sanghe ha scennute;
e ci l'ha tremendute;
ha remaste citte e mmute!
...

lunedì 18 aprile 2011

SETTIMANA MAGGIORE

Come scrive Enzo Risolvo in "Storie e culacchie de storie": Anticamente  questo era un periodo di lutto, il periodo più sentito della quaresima. Era severamente vietato fare rumore,  tant’è che ai cavalli si legavano degli stracci sotto gli zoccoli affinché non facessero rumore, i cocchieri non potevano schioccare le fruste,  e  neanche le campane erano ammesse.  Il suono della troccola era  l’unico ammesso in questo periodo,  perché non potendo suonare neanche le campane,  il priore per adunare i confratelli inviava una persona di sua fiducia, sotto casa di questi,   con la "Troccola" per invitarli all'adunata dicendo: "FRATE', 'A MADONNE TE STE SPETTE, CALATE" – dove  il termine “calate”, aveva due significati, il primo: "Scendi e vieni all'adunata", il secondo:"Mettiti la mano alla tasca e contribuisci alle spese della confraternita"……

…..durante  questa settimana oltre a non far rumore, come gia' detto, era d'uso per le donne non lavarsi i capelli ne' pettinarli. Agli uomini invece era proibito farsi la barba e a tutti era sconsigliato sia il trasloco in altra casa, sia il partire che il fare acquisti non estremamente necessari.
Fare queste cose, avrebbe provocato, secondo l’usanza, guai seri in ambito famigliare.

LUNEDI' SANTO
Il lunedì della settimana di Pasqua, la Confraternita dell'Addolorata organizza la Commemorazione "Delle sette parole di Gesù in Croce" detta anche delle “Tre ore di agonia”.
La devozione alle "sette parole" risale al XII secolo, quando vari autori decisero di trarre dai Vangeli le sette "espressioni"   pronunciate da Gesù durante le tre ore di agonia sulla Croce,  che sono poi diventate oggetto di preghiera e meditazione:
1) Padre perdonali, perchè non sanno quello che fanno
2) Tu oggi sarai con me in Paradiso…….
3) Donna ecco tuo figlio
4) Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato?
5) Ho sete……
6) Tutto è compiuto.....
7) Padre, nelle Tue mani consegno il mio spirito.



MARTEDI’  SANTO 
E’ il  giorno dedicato ai preparativi per le funzioni che impegneranno i giorni successivi, un giorno di Precetto alle processioni e alla Pasqua, in cui viene effettuata la Liturgia Penitenziale.
In questa giornata Le confraternite sono impegnate nel rito della Riconciliazione che consiste nelle confessioni dei confratelli al loro Padre spirituale. E’ una liturgia introdotta solo qualche anno fa da Monsignore De Giorgi, che è stata recepita favorevolmente ,  ed è entrata sin da subito a far parte del patrimonio culturale delle due Confraternite, che hanno sempre vissuto insieme questo momento di raccoglimento e preghiera.

MERCOLEDI’ SANTO
Nelle Chiese, proprio in questi giorni si procede all’allestimento degli Altari della Reposizione, comunemente conosciuti come Sepolcri ossia...

“ LE SEBBURGHE”.
La devozione d'u "SEBBURGHE" iniziò a Taranto nel 1614 ad opera dei Gesuiti che si stabilirono nella chiesa di  San Salvatore a via Duomo (già via Maggiore).
Durante le varie dominazioni, la devozione de le "SEBBURGHE" subì gravi colpi, in quanto molte chiese e luoghi di culto vennero chiusi. Si pensa che anche a causa di ciò, si sviluppò l'usanza di crearsi dei Sepolcri "casalinghi", alcuni dei quali di pregevole fattura e di incommensurabile bellezza –  tra cui si ricordano  quelli di  “meste Carmenucce 'u scarpare” (Carmine Notaristefano  - il calzolaio) , che anche i Sacerdoti si fermavano a guardare  segnandosi col segno della Croce –.
Dopo l'Unita' d'Italia, le "sebburghe" continuarono a essere esposti senza problemi finchè l'Arcivescovo BERNARDI (detto “’u polendone” perché era di Castiglione Torinese) penso' di impedire  l'allestimento dei "sebburghe"  definendoli troppo scenografici e ingombranti. Questa decisione provocò una violenta insurrezione popolare che bloccò le strade principali della città vecchia e che creò non pochi disordini. Inutile dire che la decisione rientrò velocemente!

Indispensabili pe le sebburghe erano ...

'LE PIATTE D'U PARADISE.



 Si cominciava a preparare con l’inizio della quaresima. Appena finiva carnevale, si prendevano spase e piatti "scardati" (scheggiati) da  buttare, vi si metteva uno strato di tufo, uno di terra dove seminare e un'altro di tufo. Si seminavano grano, lupini, orzo, lenticchie, ceci, fave, fagioli,  si innaffiavano ogni tanto e si coprivano affinchè non prendessero luce.  I semi infatti, dovevano rigorosamente  germogliare  e crescere "ù' scure" (al buio) "pi chjariscià"(per schiarire) –  infatti i germogli dovevano per tradizione avere un colore giallo pallido tendente al bianco, questo perchè rappresentano la luce, ossia l'aura luminosa che circonda Gesù.  Il giovedì Santo poi  i piatti,  in cui erano spuntati "tanta fili di èrva chjiarisciata" (germogli biancastri), venivano abbelliti con fiori e nastri colorati, e portati in chiesa per addobbare gli altari.
Tutti preparavano "li piatti pi lù sibbùrcu", e facevano a gara, a chi riusciva a farli crescere più bianchi e più folti, perchè quelli più belli avevano il posto d'onore sull'Altare.
 

sabato 16 aprile 2011

La domenica delle Palme

I Riti della Settimana Santa tarantina sono una tradizione che si rinnova, ripetendosi ormai da tempo immemorabile, e che porta inevitabilmente la città a confronto con la sua storia e le sue tradizioni.
Sono Riti che riportano alla luce una Taranto che per il resto dell'anno rimane, purtroppo schiacciata dalla fretta di tutti i giorni, e che grazie al lento incedere dei confratelli, ritrova, anche se per pochi giorni, la sua dimensione umana riscoprendo la sua identità cristiana che si esprime al di fuori dalle quattro mura delle Chiese, invadendo le strade e riappropiandosi della città. Una voce che ritorna dal passato e che si fa sentire forte e chiara, urlando nel silenzio. Una voce sentita anche e soprattutto dai Tarantini lontani :

Pe' li tarandine chiù verace,
esiste sule 'nu muttette vere:
Natale e carnevale addò te truève,
Pàsche la passàre a casa tòje!
Jè 'nu muttette chine de passione,
jè 'nu muttette chine de speranze
pu' tarandine 'ngire pè l'Italie!
Nè 'mmare, ne monde, nè tembeste
trattenene lundane 'u confratelle!
Dumeneche de le Palme jè già vicine
'a troccole ultrepasse le cunfine!
 
Tratta da "A fenestre" di E. Basile
 
 
LE CONFRATERNITE
Nel  XVI secolo le associazioni laicali sul territorio tarantino erano molte.  Le prime confraternite avevano abiti con mantelline di colori sgargianti che ricalcavano quelle della tradizione Andalusa e Aragonese. Vederli per strada era un tripudio di colori.
Le Confraternite avevano anche  scopi  diversi,  all'epoca si preoccupavano di assistere i malati, di portare il viatico ai moribondi, rifocillare i pellegrini, dare sostentamento ai poveri. A queste attività primarie si affiancavano poi quelle più strettamente religiose, come la partecipazione alle processioni e alle ricorrenze più solenni della chiesa. In particolare, proprio il giovedì Santo, erano "tutti" obbligati a visitare i sepolcri.
Ogni confraternita organizzava un suo pellegrinaggio, una sorta di piccola processione, aperta anche allora dal "troccolante", e a passo lento - ma senza la “nazzicata” - percorrevano la città Vecchia, visitando tutte le chiese, che allora erano numerosissime e tutte aperte al culto.
La Congrega del Carmine fu fondata dai padri carmelitani nel 1577 e aveva luogo nella chiesa omonima. Per decreto di Ferdinando IV di Borbone, la congrega stessa ebbe l'esclusiva sul territorio, per la visita a Gesu' in Sacramento nei Santi Sepolcri nel Giovedì e Venerdì santi, nelle chiese. Affermando, sempre per decreto, la precedenza su qualsiasi altra congrega.
Col passare del tempo questa predominanza ebbe strascichi legali tra la citata e la congrega della Vergine del Rosario, in quanto una “posta” della stessa, che continuava a effettuare pellegrinaggi, si rese attrice di un tentativo di anteposizione alla “posta” del Carmine, dando luogo presso la chiesa di Monteoliveto ad un vero e proprio corpo a corpo tra confratelli. Dal giudizio, vene fuori una sentenza favorevole alla Congrega del Carmine che conservò il privilegio.
Stessa sorte  vincente toccò alla stessa, in un'altro giudizio, che vide come controparte, la Congrega della SS. Trinità costretta anch'essa a riconoscerne il predominio.
Oggi le confraternite Tarantine protagoniste della Settimana Santa sono due: quella del Carmine e quella dell'Addolorata.
Essenzialmente i confratelli si distinguono dagli abiti.
Quelli del Carmine  - detti “i fratelli dalla mozzetta bianca” - indossano una lunga tunica bianca sulla quale sistemano due scapolari su cui compaiono le scritte "Decor" e "Carmeli". Alla cintura portano una cintura di cuoio da cui pendono un  rosario nero e un medagliere. Sulla tunica indossano la "mozzetta" - ossia una mantellina corta color crema - chiusa sul davanti da 22 bottoncini neri. Sul capo calano un cappuccio bianco, con due fori all'altezza degli occhi. Sopra il cappuccio  calzano un cappello nero orlato di azzurro. In mano reggono una mazza bianca con un pomello nero.  Non indossano scarpe, sono scalzi .

Anche i confratelli dell'Addolorata – detti “i fratelli dalla mozzetta nera” - vestono una tunica bianca, ma sopra indossano una mozzetta di colora nero, chiusa sul davanti da 9 bottoncini bianchi. Sulla sinistra del petto hanno un medaglione ovale in argento, raffigurante il volto dell'Addolorata, sul quale è incisa la scritta "Mater Dolorosa". Il cappuccio è uguale, mentre il cappello che non calzano mai, ma viene tenuto dietro le spalle, è di colore nero orlato di bianco. Sul cappuccio portano una corona di spine, simbolo di quella fatta cingere a Gesù durante il Calvario. Alla cintura hanno il rosario nero, e due strisce di panno nero alle cui estremità viene annodata una nappa.
Calzano scarpe nere su cui viene attaccata una coccarda bianca con un bottone nero al centro.
I confratelli dell'Addolorata non portano la mazza.
.......Tutto questo, per introdurre quello che i Tarantini, e non solo,  aspettano da un anno.......

LE GARE
I riti della Settimana Santa hanno inizio la sera della Domenica delle Palme, con le "gare",  vere e proprie aste in cui sono ammessi solo i Confratelli regolarmente iscritti alle Congreghe ed in regole con la quota annua di iscrizione. Durante queste aste vengono licitati i simboli delle processioni dell’Addolorata e dei Misteri. 
Una volta le “gare” avvenivano nelle Chiese. Quella della processione dell’Addolorata nella Chiesa di San Domenico,  mentre quella per la processione dei Misteri avveniva nella chiesa del Carmine.
In molti hanno contestato e continuano a criticare le “gare”, definendole come mercificazione di simboli sacri,  e appellandole come “il mercato nel tempio”  - motivo che nel 1978 costrinse  Monsignore Motolese ad interrompere questa usanza, ordinando ai confratelli di trasferire lo svolgimento “delle gare” in luogo più idoneo.
In realtà si tratta di un’antica usanza con la quale i confratelli delle congreghe del Carmine e dell'Addolorata si disputano all'asta l'onore di portare in processione i simboli sacri. Il ricavato della gara viene poi devoluto, nel corso dell'anno, in favore di iniziative benefiche.
La statua della Vergine e la "troccola" , sono i simboli più ambiti dai confratelli della congrega dell'Addolorata, mentre per quelli del Carmine sono  la statua di Gesù Morto, l’Addolorata e la “troccola” .
Inizia così ufficialmente la "SETTIMANA MAGGIORE"...