venerdì 18 marzo 2011

San Giuseppe

Il periodo quaresimale non comprende solo i riti di preparazione alla Pasqua. Esiste una ricorrenza che coincide con la fine della stagione "fredda", ed è la festa di S. Giuseppe il 19 marzo. 
Questo santo è il Padre nella Sacra Famiglia, il nume tutelare della famiglia, l’artigiano, il protettore degli orfani e degli indigenti, il protettore dei derelitti - grazie alle tradizioni a lui collegate, molti di loro, in tempi passati, riuscirono a riscattarsi o, anche solo, ad avere un pasto caldo ed abbondante quando regnava la miseria più completa.
Quando i bisognosi costituivano la maggior parte della popolazione, in questo giorno, i mendicanti, vestiti di cenci, giravano per le vie dei paesi e, fermandosi sull'uscio delle case, col viso coperto, elemosinavano un po' di cibo a tutti coloro che, in questa occasione, preparavano qualcosa da mangiare per offrirla a chiunque bussava alle loro porte. Non a caso la sua è sempre stata la Festa dei poveri.
La devozione nei confronti di S. Giuseppe si concretizza nella tradizione che al di là dell'aspetto religioso, una volta, rappresentava la mensa dei poveri,  oggi è simbolo di ospitalità verso tutti, turisti compresi...
LE TAVOLE DI SAN GIUSEPPE
Non si hanno molte notizie sull'origine di tali "banchetti di carità". Un culto che quasi sicuramente ha origini arcaiche: i culti della fertilità della terra in onore delle divinità delle messi - Demetra per i greci, Cerere per i romani. La tradizione arcaica nel tempo si è incontrata con quella religiosa e si pensa che "le tavole" richiamino la mensa pasquale imbandita dagli Ebrei, o che vogliano riscattare il Santo dall'inospitalità ricevuta quando, a Betlemme, cercava un riparo per lui e per sua moglie.
Questa tradizione sopravvive ancora in Puglia, nel brindisino vengono chiamate "màttre" - mentre nell'entroterra del territorio tarantino (Lizzano, San Marzano, Faggiano) "tauli di San Giseppu".
Io conosco questa tradizione perchè mia nonna era originaria di Lizzano e avendo vissuto tutto questo, amava raccontarlo. E' una tradizione molto antica che è riuscita a sopravvivere ai tempi moderni e per questo degna di essere divulgata.
Le "tavole" vengono preparate in case private, e offerte a S. Giuseppe per ricevere la sua protezione, per chiedere una grazia, o per adempiere a un voto. Il loro allestimento è lungo e accurato, ed è per questo che ha inizio molti giorni prima del 19 marzo.
Nonostante il valore più che altro simbolico del pranzo, questo viene preparato secondo un preciso ricettario, escludendo la carne, il formaggio, le uova, com'è obbligatorio nel periodo di quaresima.
La tradizione impone che la "taula" sia imbandita con 19 portate - in onore al giorno del mese in cui cade la festa del Santo.
Tutte le pietanze della "taulata" devono essere rigorosamente cucinate tradizionalmente e preparate manualmente, senza l'aiuto dei moderni elettrodomestici, perchè è indispensabile che esse contengano come elemento e ingrediente principale, la fatica del sacrificio.
 I piatti tipici "di li tauli" sono:
 La "massa" - tagliatelle fatte in casa con i ceci cotti nella pignata. Piatto che richiama il bianco e il giallo che sono i colori del fiore tipico di questo periodo...il narciso - fiore che ricorda il bastone fiorito di San Giuseppe (la cui versione selvatica in dialetto viene chiamato "past' e cicir').
La "pasta rizza cu la muddica" detta anche "pasta di San Giseppu" - ossia tagliatelle ricce condite semplicemente con della mollica di pane fritta in olio con un battuto di prezzemolo, aglio e peperoncino.
I "virmicieddi cu lu mele"- spaghetti fatti in casa conditi con miele, mollica di pane fritta, chiodi di garofano e cannella e si completa il piatto mettendoci sopra una vopa o una sarda fritta.
Piatti semplici che richiamano una cucina povera ed essenziale, per questo il formaggio viene sostituito dalla mollica di pane fritta, condimento questo povero ma gustosissimo, che in periodi di magra, quando tutto scarseggiava e niente poteva essere scialato, consentiva il riutilizzo del pane raffermo anzi duro e talvolta con un velo di muffa (il famoso pane cu la piluscina,....... che se mangiato, faceva spuntare un dente d'oro......).
Lu "cranu stumpatu" ossia grano pestato - La ricetta è semplice: il grano precedentemente ammollato viene pestato in mortai, poi i chicchi bianchi e puliti vengono cotti per circa due ore e poi conditi con un soffritto di olio, aglio, cipolla e un pizzico di pepe. E' un piatto antichissimo che rinnova il miracolo della spiga che può essere mangiata prima che diventi farina, pasta o pane.
Li "favi 'ncrapiati" - una minesta di fave bianche passate a cui si unisce cicoria selvatica lessata e pezzetti di pane raffermo e si impasta il tutto con dell'olio cotto.
"lampasciuni" in tutte le varianti, "rustuti", lessi, col sugo.
 Lu "runchettu in umitu" - si tratta di stoccafisso in umido, cotto con olio, prezzemolo, aglio, cipolla, "pummitori pinnulari" (pomodori paesani che durante l'estate vengono appesi a grappolo ad un filo di spago.
 Pesce arrostito, pesce fritto, baccalà fritto.
 Il pesce su queste tavole non deve mai mancare, perchè simboleggia il Cristo stesso.
 Non manca il pane che su queste tavole assume notevole rilevanza simbolica e viene preparato in due forme: il tarallo detto "putato" e la pagnotta tonda, su cui viene disegnata una croce prima di essere infornata, detta "pace".
Il pane viene posto al centro della "taula", disponendo le tre "pace" e il "putato" al centro, perchè le tre pagnotte rappresentano la Sacra Famiglia e il tarallo la Corona di Cristo Re.
 Infine sulla "taula" non possono mancare i dolci tipici rappresentati da:
 "carànciuli" - che sono bastoncini di pasta ritorti, fritti e passati nel miele. Simboleggiano il bastone di San Giuseppe.
"carteddhate"- sottili strisce di pasta, fritte e ricoperete di miele. Simboleggiano "li farfùgghi di San Giseppe" ossia i truccioli che San Giuseppe produceva piallando il legname.
Per rappresentare il rito, "li tauli" vengono imbandite nella stanza più spaziosa della casa, spesso la camera da letto, dove si sistemano le tavole, che vengono coperte con bianche tovaglie.
La famiglia devota sceglie, poi, alcune persone, fra parenti ed amici, secondo il detto "San Giseppu 'nvita li sui sui" (S. Giuseppe invita i suoi suoi - dove per  "suoi suoi" si intendono i parenti più cari). Questi, dovranno impersonare la Sacra Famiglia e non potranno essere cambiati, di anno in anno, se non per loro rinuncia. 
I personaggi principali sono tre e rappresentano San Giuseppe, la Madonna e Gesù. Molto spesso, i personaggi sono più numerosi e simboleggiano alcuni santi: S. Gioacchino, S. Anna, S. Giovanni, S. Elisabetta, S. Zaccaria, S. Marta, S. Lazzaro, S. Maria Maddalena, S. Simone e S. Anastasia.
La "tavola" sarà, quindi, formata dalle tre alle tredici "figure", sempre in numero dispari, per richiamare il numero della Sacra Famiglia e il numero degli apostoli partecipanti all'Ultima Cena.
Al centro della stanza verrà collocato un piccolo altare con la statua di S. Giuseppe o una sua effigie, e il posto del Santo verrà indicato con un bastone adornato con un giglio fiorito, simbolo del miracolo grazie al quale, secondo la leggenda, egli fu scelto per essere lo sposo di Maria.
Alla vigilia della festa, il 18 marzo, la "tavola" è pronta e cominciano ad arrivare i visitatori, alcuni dei quali, poi, si fermeranno a pregare nella veglia notturna. Questa usanza, col tempo, si è affievolita e, ora, quasi nessuno è disposto a restare tutta la notte in meditazione.
La mattina del 19 il sacerdote fa visita alle "tavole" e le benedice.
Il rituale vero e proprio, detto "mangiata di li santi" ha inizio all'ora di pranzo, quando i Santi prendono posto a tavola. S. Giuseppe dà un colpo di bastone a terra e dopo aver recitato una preghiera, invita i commensali a mangiare. Le portate vengono servite in ordine dal padrone di casa che le porge al Santo, il quale, a sua volta, le passa agli altri invitati. L'assaggio di ogni pietanza inizia sempre pronunciando una tipica espressione di ringraziamento: <San Giseppu l'agghia ansettu> ossia "San Giuseppe l'abbia gradito".
Quando il festeggiato ha terminato una pietanza, o quando, semplicemente, si ritiene sazio, dà un colpetto sul piatto con la forchetta e questo obbliga tutti gli altri a terminare.
Alla fine del banchetto, le pietanze vengono poi distribuite ai poveri e a tutti i presenti, in segno di fratellanza.


 I PANI VOTIVI DI SAN GIUSEPPE
Oltre quella delle Tavole, nel Tarantino esiste una tradizione legata alla celebrazione religiosa di San Giuseppe ed è quella dei Pani votivi......
Sono panetti elaborati dalle sapienti mani delle donne, i pani si presentano nelle più svariate forme. I principali simboli rappresentati sono quelli della tradizione cristiana,  il tarallo,  il pesce, o i simboli della pentecoste, cioè la scala, la tenaglia o i tre chiodi. Oltre a questi, di chiaro riferimento religioso, poi ci sono le pagnotte.
Questi pani vengono preparati per devozione, ma anche per sciogliere il voto per grazia ricevuta.
La mattina del 19 marzo, alla prima messa, i devoti portano questi pani in chiesa. Durante la messa il parroco procede alla benedizione dei pani che alla fine della celebrazione, vengono poi distribuiti a tutti i fedeli.
La credenza popolare vuole che prima di mangiare questo pane, bisogna farsi il segno della croce e recitare un "Padre Nostro" un "Ave Maria" e un "Gloria".
Si pensa inoltre che sia di buon auspicio conservare un pezzo di questo pane, perchè pare abbia il potere di calmare le tempeste. I nostri avi usavano spezzare e buttare in mare dei pezzi di questo pane quando le tempeste del mare potevano mettere in pericolo la vita dei marinai. Anche questo rito rievocava qualcosa di antico. Placare l'ira e la fame delle divinità del mare dando loro in cambio il pane simbolico, il pane sacrificale al posto degli uomini.
 
I FALO' DI SAN GIUSEPPE
Altra usanza, che illumina e "riscalda" la festività di San Giuseppe sono  i falò.......
Ancora oggi sin dai primi giorni di marzo, nei paesi, i ragazzini  girano per le campagne alla ricerca di legna, arbusti, frasche e rami di ulivo provenienti dalla potatura degli alberi, che servono per la costruzione del falò di S. Giuseppe. E' una tacita gara fra i rioni che ha come scopo quello di formare la catasta più imponente per il giorno dedicato al Santo.
Il giorno di San Giuseppe, in cima alla catasta, viene esposto un santino con l'immagine sacra. La sera i falò si accendono, e si vedono brillare in determinati punti del paese fuochi di fiamme e scintille che salgono sempre più in alto nel cielo.
Paesani e turisti fanno il giro per assistere al suggestivo spettacolo, e per raccogliersi intorno ai falo'.
Quando i falo' cominciano a consumarsi, i ragazzi si cimentano in gare, divertendosi a scavalcarli con grandi salti, e le vecchiette, recitano Rosari e intonano inni per San Giuseppe.
Vi è anche l'usanza di mettere sotto la brace delle, salsicce, patate, ceci, che vengono offerte ai presenti.
Poi pian piano la magia si spegne, le fiamme si consumano lentamente con l'inverno lasciando al suo posto la brace, che anticamente veniva raccolta dalle donne come segno di buon auspicio.
L'accensione dei falò nella ricorrenza di S. Giuseppe si confonde con i culti tipici del mondo pagano. Si sa che molte feste religiose hanno sostituito preesistenti festività pagane che hanno origini perdute nella notte dei tempi ed gni anno, nell’equinozio di primavera, rievocano il rito propiziatorio dell'arrivo della Primavera.
Non a caso la ricorrenza in onore di S. Giuseppe corrisponde all'equinozio di primavera, periodo per eccellenza consacrato, con processioni rituali e fuochi di purificazione, alla celebrazione della rinascita della natura. Tutti i culti religiosi del resto hanno avuto inizio dall'adorazione del sole e della luce e sappiamo quanto importante sia stata e sia ancora oggi nella liturgia cattolica il fuoco come simbolo della luce divina. Le cerimonie del fuoco, sia nei culti pagani che in quelli cristiani, sono abbastanza affini per quello che riguarda gli scopi che si spera di ricavarne. Si affidano al fuoco l'abbondanza del raccolto, il benessere degli uomini e degli animali, il compito di scongiurare, di scacciare o, se vogliamo, di "bruciare" tutte le potenze negative. Il fuoco insomma ha avuto sempre una doppia valenza: negativa come strumento per allontanare il male, positiva per simboleggiare i benefici del sole, della luce e,dunque della divinità.
Fin dall'epoca etrusca veniva infatti celebrato il rito del "seme sotterrato" simbolo di vita: in occasione di questa festività, coincidente con la fine dell'inverno, venivano anche appiccati enormi fuochi.
Durante il Medio Evo tale cerimonia fu cristianizzata e fatta coincidere con la festività di San Giuseppe.

martedì 15 marzo 2011

Dalla terra, per la terra.

Oggi sappiamo che i garibaldini erano consapevoli di aver fatto l’Italia ma che bisognava fare gli italiani, ma all’epoca la situazione era molto confusa ed è doveroso il contributo all'altra faccia dell'unità d'Italia ...
A Taranto dal 15-17 luglio 1860 ci furono tumulti contro l’imbarco di grano su navi mercantili del regno. Il grano veniva svenduto per le strade della città pur di non mandarlo ai Borboni.
Pensare che poche settimane prima, la maggior parte della popolazione era di fede borbonica. Appena giunsero notizie dello sbarco a Marsala, alcuni patrioti si ritrovarono a discutere sulla costituzione di una guardia nazionale. Il luogo delle riunioni era  presso il caffè Moro ( un vecchio locale nella piazzetta S. Caterina ), dove ci fu  una sparatoria contro i liberali (detti “le coppole rosse”), pacificamente riuniti. Fortunatamente non ci furono morti. La guardia nazionale fu costituita e l’ordine pubblico fu affidato a migliaia di cittadini armati. Non ci furono più incidenti ma dalla città furono allontanati il sottintendente Giacomo De Monaco e l’arcivescovo Rotondo dichiaratamente filo borbonici, ritenuti responsabili della sommossa dei giorni precedenti.                                
Un’altra pagina di storia è stata voltata, ma ancora una volta le trasformazioni sono più subite che volute. Disillusione e scetticismo rimangono il pane del popolo Tutte le velleità innovatrici e i furori antiborbonici trovano sfogo contro la fontana di Carlo V, della quale si decide la demolizione come prova di ostilità contro il vecchio regime.
I contadini lamentano miseria , soprattutto quando l’istituzione del servizio di leva di cinque anni allontana braccia lavoro alle arretrate campagne meridionali. Molti i renitenti costretti a scappare. Il malcontento sfociava in rivolte  e in questo clima l’ alternativa era    brigante o emigrante.                                
I briganti che agirono nella provincia di Taranto furono:
 Francesco Ranallo detto  il Catalano,
 Francesco Paolo Valerio detto il Cavalcante,
 Antonio Locaso, detto  lu Capraro,
 Francesco Perrone, detto Chiappino,
 Arcangelo Cristella, detto Pirichillo.
Giuseppe Valente detto  nenna nenna, uno dei pochissimi briganti (se non l’unico)  che sapeva leggere e scrivere e con una spiccata capacità dialettica,  doti che gli valsero il titolo di  "il letterato".
Ma il più famoso fu Cosimo Mazzeo , detto Pizzichicchio, affiancato da Francesco Maniglia e Tito Trinchera, ma ricordato sempre con  Rocco Chirichigno, detto Coppolone. Rimasti nella storia, nei racconti e nei detti tarantini.
I loro alleati erano i massari, che “dovevano” provvedere a dar loro rifugio e vettovaglie, ma le loro dimore erano i boschi e le grotte, famose quelle di bosco chianelle presso Martina Franca, di San Basilio, Castellaneta, Crispiano ...
I briganti erano contadini, analfabeti, delusi, colpiti negli affetti più cari che per protesta, per difesa, per giustizia o per vendetta,  si davano alla macchia.
Ognuno per ragioni diverse seguirono un destino comune.
Erano amati dai contadini e odiati dai padroni, coi quali erano spietati. Per questo contro di loro la  Guardia Nazionale si dimostrò altrettanto crudele. Le campagne venivano rastrellate e quando qualche brigante (o presunto tale) veniva ucciso,  i cadaveri venivano caricati su asini e portati a Martina, in corteo via del Ringo, lungo il rione San Vito e la piazza di San Francesco, per poi essere buttati in un burrone,tuttora identificato  come  "u’ munnezzàre".
I briganti catturati vivi, venivano giudicati nel Palazzo Ducale e portati in piazza Sant'Antonio, nell'ampio largo occupato oggi dal teatro Verdi, dove erano fucilati e poi  buttati indre u’ munnezzàre, la fossa comune dei briganti.
 Le gesta dei briganti furono cantate dai cantastorie, e tramandate dalle leggende della tradizione orale contadina, che ha trasformato la feroce realtà in epici eroismi  alimentati dalla passione per  amori impossibili e dalla voglia di ricchezza appagata dai tesori nascosti.
 Bellissimi i versi anonimi musicati da Eugenio Bennato che  fanno capire chi erano i briganti:
 Amme pusate chitarre e tammure
pecchè sta musica s'ha da cagnà
simme brigant' e facimme paura
e ca sch'uppetta vulimme cantà
'Omm' s' nasc' brigant' s' mor'
ma fin' all'utm' avimm' a sparà
e se murim' menat' nu fior'
e 'na bestemmia pe' 'sta libertà.



Pizzichicchio e Coppolone sono i briganti più famosi nel tarantino. Su di loro sono nate tante leggende,  essere derubati dai briganti, incontrarli, o vedere in lontananza una sagoma con cappellaccio e mantello nero ..... era motivo di vanto .... storie da raccontare a tutti.
Anche Talsano ha la sua ...
Si dice che il Pizzichicchio, dopo la notte grottagliese del 17 novembre 1862, nell'aprile del 1863  decise di saccheggiare anche a 'u calavrese, ma....
... a quanto pare quella sera la banda del Pizzichicchio si fermò presso una masseria (non faccio nome perchè ogni versione ne cita una diversa, e Talsano ne è circondata... chi dice "pizzariedde", chi "abatresta", chi "rapillo", chi "lecutrane") e con l'intento di rifocillarsi aspettando la notte per saccheggiare Talsano ....

In masseria quel giorno avevano cucinato fagioli, ma non abbastanza da sfamare tutta la banda di Pizzichicchio…. Ma non era il momento di perdersi d’animo e in cucina cominciarono a soffriggere nell’olio del pane raffermo tagliato a pezzi e poi lo mescolarono coi fagioli. Prepararono un piatto povero ma gustosissimo le fasùle a cecameriti
Furono serviti fasùle a cecamariti e vino in quantità. I briganti gradirono molto, fecero il bis e il tris.  I fagioli erano un capolavoro ma non facili da digerire, così saziati dai fagioli e confusi dal buon vino, i briganti si addormentarono. Dormirono tutta notte e quando si risvegliarono era già mattina, troppo tardi per compiere la loro impresa.
Così Talsano se la scampò grazie ai fasuli a cecamariti.

domenica 13 marzo 2011

Tarantini tra mille

In questi giorni si commemora  il 150° anniversario dell’Unità d’Italia a cui anche i tarantini hanno preso parte.
" Dopo la caduta di Napoleone e la fucilazione di Murat i Borboni ritornarono a Napoli ma Taranto rimase una loro piazzaforte, anche se sempre più trascurata. Piano piano, un’epoca si chiudeva e la restaurazione cominciò anche da noi, anche se non molti se ne accorsero, anzi forse solo uno, quello che sotto una immagine di Piazza Fontana, scrisse:
1816, epoca infausta e rea
la tua funesta idea
sempre fatal sarà
 E proprio contro la “funesta idea” della restaurazione , lottarono per decenni, i liberali giacobini tarantini.
La rivoluzione comincia a concretizzarsi solo nel 1850, quando nella farmacia di Michele Baffi si riunirono Giuseppe De Cesare e Cataldo Nitti, reduci dai moti del ’48, Luigi Carbonelli, Domenico Acclavio e don Cataldo Foresio.
Vincenzo Carbonelli condannato a morte per i moti rivoluzionari a Roma, riesce a fuggire.
Nicola Mignogna invece resiste alle torture nelle prigioni napoletane.
La rivoluzione comincia a prendere piede anche tra i popolani che vedono in Santo Ciancialuso, un capo facchino di taranto, uno dei maggiori esponenti.
La repressione borbonica è inesorabile. Francesco Adduci e Vincenzo Lorusso, vengono arrestati e condannati, per delle scritte sediziose, inneggianti alla costituzione, che erano apparse sulle facciate delle case sulle mura di Mar Grande.
Nel 1856 artigiani e popolani si riunirono nella setta “Mazzini” guidata dal caporale Settimio Monaco.
Il patriota massafrese Saverio Fanelli  fu l’autore di una rocambolesca evasione dalle carceri tarantine nel novembre del 1857. Ricavò un’impronta di cera della chiave della cella e la consegnò al fratello Nicola che la consegnò ad un fabbro che ne ricavò il duplicato della chiave. Aiutato poi a fuggire  da una donna, la giovane figlia del carceriere (a quanto pare, di lui innamorata) che intrattenne le guardie mentre il Fanelli si allontanava da Taranto su un traino carico di carbone, guadagnando la libertà e una condanna in contumacia a 24 anni di carcere.
Il fiume rivoluzionario era in piena e a quanto si di dice, lo stesso Garibaldi, sotto le spoglie di un venditore di candele, incontrò segretamente i cospiratori tarantini nei pressi di Castellaneta.
Ormai il risorgimento sta compiendosi. Il malcontento invade tutti e nella notte tra il 5 e il 6 maggio del 1860 Garibaldi parte da Quarto alla volta della Sicilia con i suoi “Mille” tra cui:
Il cappuccino Aurelio Perrone, l’architetto Gaetano Piccione, l’avvocato Egidio Pignatelli, Vincenzo Pupino, Francesco valente, Antonio Petruzzi, Francesco jurlaro, Nicola Galeandro, Tommaso Catapano, Riccardo Agostinelli, Nicola Galeota, Orazio Carducci, i fratelli De Gennaro, il massafrese Fanelli, il manduriano Schiavone.
Insieme ai più famosi: Vincenzo Carbonelli che diverrà pro-dittatore del cilento, Irpinia e Puglia, e Nicola Mignogna pro-dittatore in Basilicata.
 Partire era un dovere anche se il distacco dalle famiglie era doloroso, e questi sentimenti pervadono i versi del  Canto di addio del volontario:
“Addio mia bella addio,
l’armata se ne va,
se non partissi anch’io
sarebbe una viltà.
Il sacco e le pistole,
il fucile io l’ho con me,
allo spuntar del sole
io partirò da te…”
 
(liberamente tratto da "La storia di Taranto" di M.Lazzarini, P.Massafra, R.Nistri - 1972)

sabato 12 marzo 2011

La pignata

Dopo la penitenza del mercoledì delle ceneri e il digiuno di venerdì, primo di quaresima, ecco che arriva la prima delle domeniche di quaresima cadenzate da Quaremma che oggi perde la prima delle sue sette penne …
Le penne delle sette settimane di quaresima, a cui la fantasia popolare ha dato anche dei nomi:

Cu na pignata accumènze Anna,
pò cìtt' cìtte avène Susanna,
dope Rebecca arrìve Ribanna,
Sicilia s’allìste le palme de Sicilianna
e a chiudere ‘nge pense  Pasca rànne.


La prima domenica di quaresima  arriva con la pignata ...


No, nessuna deroga alle restrizioni quaresimali. Le pentole, lavate e sgrassate  accuratamente con cenere e sapone  in questo periodo servono a preparare pasta ‘ndrutelate, fògghie  e cicurèdde de campagna, fave, cicere, pasùle, pisiedde, dòleghe, patane, lampasciuni, e con moderazione pesce.
Per  no ‘ncammaràrre (mangiare di grasso) restano banditi dalle tavole e dalle cucine: carne, uova, latte e tutti i loro derivati.


La pignata oggi serve per giocare, si, al gioco che chiamiamo “pentolaccia!”  - Come un eco di ritorno, in questa domenica si riviveva l’allegria del carnevale  con feste e balli in casa tra parenti e vicini. Feste  che, per la gioia di grandi e piccini,  si chiudevano col gioco delle pignate, che  appese al soffitto, contenevano di tutto:  cumbiette e cannelline, mennele e pistidde, sazìzze e pruvulone, ma anche farina e a volte
acqua e qualsiasi cosa suggeriva la fantasia.  


I concorrenti bendati e muniti di mazze , con tre colpi, seguendo le indicazioni, giuste e sbagliate, di tutti i partecipanti, dovevano riuscire a rompere almeno una pignata, con la speranza di beccare quelle dal contenuto più interessante, e cercando di evitare di finire infarinati o inzuppati da una doccia fredda.

martedì 8 marzo 2011

‘A FORORE


I bagordi, cortei e festini andavano avanti tutta la notte e ad un tratto accadeva qualcosa che da tanti anni non succede più ... l’aria festaiola era squarciata dai rintocchi di campana a  martello ... si, le campane delle chiese suonavano a morto, era mezzanotte, era   a' Forore...
 ...era l’ora della fine del periodo Carnevalesco delle gozzoviglie, per questo le campane suonavano a morto.
Al loro rintocco tutto finiva,  le pasticcerie che fino a quel momento avevano venduto cazùne e  paste de mènnele,  impastavano  le fresellìne … (i quaresimali)  gli unici biscotti consentiti durante la quaresima.
Tutti si fermavano  e tolte le maschere si recavano a ‘u larie de San Catavete (largo arcivescovado) dove si bruciavano i rami di ulivo e le palme dell’anno precedente e proprio  le ceneri  di questo falò avrebbero cosparso il capo di coloro che partecipavano alla messa del giorno successivo, il  mercoledì della ceneri, una funzione antichissima che dava inizio al periodo di penitenza.
La mattina del mercoledì tutti si recavano a messa per ricevere le ceneri, poi le donne tornate a casa si dedicavano al lavaggio accurato delle pentole, perché il cibo da preparare durante il periodo della quaresima non doveva avere la benché minima traccia di grasso.

'U Tate 'mbìse


Il Carnevale è un  periodo di canti, balli e gozzoviglie, a Taranto cominciava il 17 gennaio, giorno di Sant'Antonio Abate - da cui il detto "Sande Anduène maskere e suene" -  appendendo fuori dai balconi dei fantocci fatti di stracci, con cappello, pipa e giornale sotto al braccio, raffiguranti  Tate Carniàle (papà Carnevale), più comunemente detto 'u Tate. Questa usanza veniva detta "'u tate 'mbise" (il papà appeso).
I vicoli di Tarde vecchie si popolavano di tanti "pupazze chiine de pezze vijecche, cu u’ sciurnale ‘mane e a pippe ‘mocche… simboleggiavano u’ Tate, ossia Carnevale il padre delle debosce, che terminavano con l'inizio della quaresima e si concludeva con la morte de u’ Tate e col corteo funebre che attraversava i vicoli della città vecchia, usanza raccontata e soprattutto immortalata da A.Majorano  in "Zazarèddire".

Un fantoccio a grandezza d’uomo veniva disteso indre nu chiavute e portato in corteo sobbre nu traine
Le maschere indispensabili per questo rito erano:
u’ miedeche … nu cristiane cu na sciammereche, u’ gibbusse (cappello a cilindro) e na mazze, che decretava la morte di carnevale dicendo: < M’avite chiamate n’ogna tarde u’ Tate à muerte, à ‘ndisate…cu nu cugghiunghele de zazizze nganne à muert’affucate!>
...arrivava allora nu cristiane cu na cammisa longa, n u fazzelette vianche ‘ngape, na nocca ‘nganne (fiocco) e nu rinnale ‘mbrazze, in cui portava l’uegghie sande ….per dare l’estrema unzione a ’u Tate…
Poi comincia il  corteo, con pianti e grida di disperazione dei figli:
<Oh Tate, Tate buene, te vulìme tutte bene. 
Ngnutte, ngnutte l’urteme signutte, pi jessere cannarute mo è rimaste futtute…
U’ Tat’à muerte! C’u spiule d’a zazizze e de le cumbiette rizze…….>

e della moglie Quaremma, chi può consolarla? Abbandonata dal marito "ribusciàto", andato via da casa per darsi ai piaceri della vita e dopo un lungo periodo di balli canti e pranzi sregolati, stremato dalle gozzoviglie ... muore .....e a sua moglie Quaremma non rimane che piangere "Carnval muèrte"!
"E' scùrute Carnval cù purpiètte e mmaccarùn
mò ne tòcca l'acqua sale e ttre quattre lampasciùne"
Arrivati a piazza fontana si metteva u’ chiavute suse nu muntone de farfugghie (montagna di truccioli)  e se pizzicave u' fanoje, mentre tutti gridavano  
<se ste uscke u’ Tate!..cu more asckuate quidde ‘mbriacone!> ….
...e i fantocci di "u' Tate" appesi ai balconi, si trasformavano in "Quaremma"
un fantoccio raffigurante una donna vestita di nero - per il lutto del marito  Carneval' -
Tra le mani regge il fuso e la canocchia, simboli del lavoro e del tempo che scorre. E Quarremma, dopo la morte del marito,  deve filare e tessere notte e giorno, per poter vivere e per pagare i debiti del suo scellerato marito.
Ai piedi un'arancia dove vengono infilzate sette penne di gallina - una per ogni settimana di quaresima -
Anticamente il fantoccio di Quaremma veniva appeso per le strade dei paesi, dai suoi piedi, ogni domenica veniva strappata una penna, sino alla domenica di Pasqua, quando dopo aver strappato l'ultima penna, la pupattola veniva bruciata a simboleggiare la fine del periodo di astinenza quaresimale.

domenica 6 marzo 2011

Carniàle tarandìne

Taranto non ha una particolare  tradizione carnascialesca,  non ha sfilate storiche, ne maschere particolari, ma l’allegoria e  il divertimento  si fanno sentire oggi come una volta, quando per i vicoli comparivano le “mèste Giorge” e le “scalière” accompagnati da  le “donna Pernìce”  per deridere signore, signorine, signorotti e signorini locali.
Donne che si travestivano da pescatori e uomini che si travestivano da “zìlate”, trainière che si travestivano da marinai, pescatori travestiti da puèppete e da furìse … insomma l’importante ieri come oggi, era osare, osare di cambiare almeno per un giorno.
Nelle tasche e nelle borse non mancavano  cumbiette rizze e cannelìine che per la gioia di grandi e piccini erano usati come coriandoli e davano vita a vere e proprie battaglie che lastricavano strìttele, postierle e làrie di confetti colorati. E nella baldoria festiva non ci si poteva esimere dai balli.
Chi poteva partecipava ai  veglioni organizzati al Paisiello e all’Alhambra…..
quando Taranto poteva vantare un teatro … poi  qualcuno decise che a Taranto non doveva esserci un teatro,  volontà che qualcun altro ha finora rispettata…..(perdonate il breve escursus fuori tema ma  liberatorio, ma quanne ‘nge vò  ‘nge vò  e oggi è carnevale e tutto vale no?)
Dicevamo... ... ...Quando questi teatri sparirono l’usanza dei veglioni fu perpetuata dal glorioso  Gran Caffè La Sem ….
I veglioni costavano,  erano cose da signori e il popolino si organizzava in casa con delle festicciole alla bene e meglio.  
Quello che accomunava i festeggiamenti carnascialeschi era a' sazìzze.
Giovedì grasso, l'ultima domenica e l'ultimo giorno di carnevale, il piatto forte era la salsiccia, soffritta, arrostita, nel sugo, con le rape, con le patate, in tutti i modi, tutti  ne  mangiavano almeno nu' cugghiunghele.