venerdì 29 ottobre 2010

"Pace a nujie e Paradìse a Vujie"

Tra pochi giorni  è la festa di Ognissanti seguita dalla commemorazione dei defunti date che ci inducono a pensare alla morte, evento poco piacevole che fa parte della vita perché la conclude.  Veglie, funerali, lutti, una triste realtà oggi vissuta con compostezza, ma una volta erano momenti carichi di usanze e tradizioni cariche di una ritualità antica che si perde nei costumi  della Magna grecia e degli antichi romani. 
Ha origine dal moroloi (μοιρολόι) il canto funebre greco, l’usanza, praticata fino a non molto tempo fa,  che durante la veglia funebre imponeva di piangere, lamentarsi, disperarsi, accompagnando il tutto con gesti  concitati, dando vita ad una teatrale rappresentazione del dolore. 
Non a caso ho usato l’aggettivo “teatrale” - perchè l’arte di “saper piangere “ i morti, ereditata dai nostri antenati,  non era  concessa a tutti,  per questo  la gente cominciò a chiamare “le chiangiamuerte ” … ossia  le prefiche,  donne che, vestite con abiti scuri e coperte in viso con un velo nero , si recavano a casa del  defunto col il triste compito di piangerlo e di cantarne le virtù.  Le prefiche prezzolate parlavano in nome dei parenti intimi e rievocavano i fatti più salienti o più commoventi della vita del defunto. 
In questa professione si distinsero le donne calabresi  che, segnate dalle frequenti tragedie in mare e dalle morti di lupara, fin da piccole piangevano padri, fratelli e poi mariti e figli,  portando un lutto che le tingeva di nero accompagnandole sino alla tomba.  A volte rimaste sole si allontanavano dalla Calabria, dalla terra che le aveva tolto insieme ai loro cari, anche la fede. Giravano alla ricerca di poter piangere un morto, perché in questo modo sfogavano il loro dolore.  Queste donne che vestite di nero elemosinavano dolore per poter sfogare le lacrime in cui annegava il loro cuore venivano chiamate “mamme calabresi”, e così facendo, dettero vita ad una vera e propria professione che nel Medioevo anche la Chiesa con un mandato ufficiale che "legalizzava" il loro operato, riconobbe e ne sancì il pagamento. Anche a Taranto fu praticata questa professione. Vico Pentite prende nome dal fatto che proprio in questo vicolo esisteva il Conservatorio delle Pentite, rifugio per povere donne rimaste sole e per “le pentite” (donne che avevano fatto vita da strada, e che per “raggiunti limiti di età” si ritiravano in questo luogo). Queste donne vivevano di carità e molte di loro facevano le prefiche. Il lutto era molto sentito e non ammetteva deroghe. Per rispetto del defunto, la tradizione impediva che per almeno una settimana si svolgessero le attività quotidiane. Il divieto di accendere il fuoco, imponeva il digiuno che poteva essere interrotto solo dal cibo portato da fuori, da parenti e amici del defunto, un vero e proprio pranzo consolatorio che veniva chiamato "U' cùnzele".  I cùnsoli erano simili a conviti nuziali ed offrivano una delle rare occasioni in cui si cucinava la carne bollita con àccio (sedano), pùtresine (prezzemolo), alàure e cìpodde (alloro e cipolla). Il  piatto principe era "brode' de jaddina" (brodo di gallina). Nella società contadina l'uso della carne era limitato a poche occasioni, e quasi sempre si utilizzava la gallina, che veniva ammazzata solo se aveva scovato (non produceva più uova). Oltre al brodo, facevano parte del "cùnzele" anche fritture di pesce ( le famose sarde spinate e fritte), ma anche uova (l’ove a priatorie) , formaggi, taralli, vino e come dolce "le fresellìne" - biscotti semplici fatti con uova, zucchero e farina - ottimi la mattina inzuppati nel latte. Il  banchetto funebre aveva in sé un forte valore propiziatorio, che andava ben oltre il fatto alimentare. Mangiare in compagnia era segno di superamento del lutto, durante i cùnzoli non mancavano risate e canti, considerati come la volontà disperata di far trionfare la vita sulla morte. Si mangiava e si beveva del vino alzando il bicchiere dicendo:< Salute a nùje e  Paradìse a idde !>    (salute a noi, e Paradiso a Lui - riferiti al defunto)
E in tutto questo non vi era nulla di contraddittorio. Il banchetto funebre esigeva alcune regole:
- niente di ciò che avanzava doveva tornare indietro, poichè si credeva che col cibo si sarebbe portato fuori anche il dolore;
- le stoviglie non dovevano essere lavate a casa del defunto, poichè le attività domestiche avrebbero impedito al defunto di trovare il giusto riposo, e ai sopravvissuti di trovare la rassegnazione. 

Simile al brindisi consolatorio, il saluto: "Pace a nuje e Paradìse a Vujie" (Pace a Noi e Paradiso a Voi ) - che entrando nel cimitero si rivolge ai defunti che nei primi giorni di Novembre è usanza commemorare. Oggi la buona creanza vuole la visita al cimitero, un fiore e una preghiera a testimonianza del perpetuo ricordo.  Ma prima c’era dell’altro…
La tradizione di “Ognissanti” prevedeva la preparazione di un pasto frugale a base di ceci, fave, castagne e lupini, da lasciare sulla tavola la notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre, notte magica durante la quale si credeva che i parenti defunti potessero tornare brevemente nelle loro dimore.Usanza pagana ammantata da un forte spirito religioso e ricca di significati simbolici:
I ceci – “detti la carne dei poveri” - Cibo dei contadini che quando parlavano di “brodo” intendevano minestra di ceci, perché il brodo di carne (in genere di gallina) era riservato solo ai malati alle partorienti o per ‘u cunsele per i parenti dei defunti.
La similitudine del brodo di ceci col brodo di carne è dovuta al fatto che i ceci sono l’unico legume che cucinato da un brodo consistente, che quando si raffredda  “quagghia” (si addensa) proprio come il brodo di carne.
I ceci erano popolarissimi anche nell’antica Grecia, in quanto il loro prezzo di mercato era molto basso e quindi accessibili a tutti, venivano consumati abbrustoliti, come saporito passatempo, nei teatri e nelle agorà. 
- le fave – Uno degli alimenti più antichi dell’umanità,  essendo buone anche crude, si pensa che siano state il primo legume che l’uomo abbia mangiato. Avendo la buccia bianca e nera nell’antica Grecia le fave erano usate durante le votazioni: le bianche per dare voto positivo, le nere, negativo.
Anche il fiore della pianta delle fave è bianco  con macchie nere che gli antichi greci volevano disposte in modo da formare la lettera “tau”  iniziale della parola “tanatos” ossia morte – da cui la credenza che le fave fossero il cibo dei morti e perciò sempre presenti nelle cerimonie funebri di greci, egiziani e romani.
La gente credeva che i semi delle fave nere assumessero quella colorazione perché contenevano le lacrime dei defunti.
Mangiare fave costituiva una sorta di comunione tra vivi e defunti, uno scambio tra mondo terreno e l’aldilà..
- i lupini -  comparivano sulle tavole dei contadini anche nell’antica Grecia, dove vi era l’usanza nell’ultimo giorno del mese, delle “cene di Ecate”,  durante le quali si usava mangiare lupini cotti e salati, per ingraziarsi Ecate, dea dell’Oltretomba e allontanare dalle case i fantasmi.
- le castagne –  anche loro un cibo povero che abbonda proprio in questo periodo.
… ma fave, ceci, lupini, castagne … sono tutti frutti che nascono avvolti in un baccello, guscio o involucro, che nella simbologia popolare viene paragonato ad un sepolcro,  che si schiude per regalare i  frutti, rinnovando così il ciclo perenne di vita,  morte e rinascita.
La mattina del 1° novembre, si trovava sulla tavola lasciata imbandita un cartoccio con dolcetti che i parenti defunti portavano per ringraziare dell’accoglienza ricevuta e per essersi ricordati di loro: 
- le “fave duce” (fave dei morti) -  dolci semplici a base di pasta di mandorla, dalla forma schiacciata a forma di fave –
“le discete de l’Apostele” – altro dolce simile ad un cannolo di pasta di mandorla, ripieno di marmellata.
L'origine di questi dolci è antichissima e legata alla morte.
Per la loro fragranza e dolcezza erano dolci portati come viatico ai moribondi, come ultima dolcezza terrena; e costituivano i dolci tipici di “’u cunzele”  che si portava ai parenti del defunto dopo il funerale per addolcire il dolore per la perdita subita. Sono così buoni che riescono a mitigare la tristezza dell’evento e a ricordare i momenti dolci passati con coloro che ci hanno lasciato.

E per finire alcuni proverbi in tema:
parlando di cene per i defunti, cunsele e dolci per i morti….
mmar ’a ci more, ca ci reste s’a ‘ggiuste a minestre… (povero chi muore che chi resta se l’aggiusta la minestra - chi muore giace e chi vive si da pace)
Perché a volte …
Ci une no more l’otre no campano (se uno non muore gli altri non campano-Mors tua vita mea )

ma...  
A murè e a pajà stè sempre tiempe (a morire e a pagare c'è sempre tempo)
e capita di sentire ... 
Penz'a' murè ca' stè ci ti prèche (pensa a morire che c'è chi ti seppellisce)
Ma è pur vero che … 
Fin’a ‘u chiavute se po’ gridà sempre “aiute!” (finchè non arriva la bara si può sempre sperare di sopravvivere – solo alla morte non c’è rimedio).

 E con tutto questo, noi festeggiamo Halloween!?!

lunedì 18 ottobre 2010

Matrimoni d'altri tempi

"A scinnùt'alli otte" dei miei nonni materni







Coronare il sogno di una vita nel matrimonio, nonostante il progresso e i cambiamenti dello stile di vita, costituisce da sempre, una tappa della nostra vita, uno dei riti più importanti della vita.
In passato ogni ragazza si chiedeva chi avrebbe realizzato il suo sogno di essere moglie e madre, per appagare questa curiosità, molte fanciulle si rivolgevano alle masciàre (megere, fattucchiere) e si sottoponevano a riti e quant'altro potesse dare loro delle risposte, seppure effimere - ad esempio, esse, durante la notte della vigilia di San Giovanni, mettevano l'albume di un uovo in un bicchiere, all'aperto; la mattina seguente, a seconda della forma che esso assumeva, era possibile stabilire il mestiere del loro futuro sposo.
Secondo un'usanza, i due innamorati si strappavano un ciuffo di capelli e lo gettavano al vento, questo perchè se in futuro, uno dei due avesse voluto sciogliersi dalla promessa, avrebbe dovuto ritrovare quelle ciocche, cosa praticamente impossibile.
Anticamente, l'uomo, doveva compiere una serie di prove per meritare l'amore della ragazza di cui era innamorato e per avere il consenso dei suoi familiari.
L'avvicinamento da parte del giovane alla fanciulla prescelta, non era un'impresa facile; le occasioni, infatti, erano minime e il contatto tra uomo e donna in pubblico era vietato. Una delle possibilità di incontro veniva offerta dalla Messa domenicale, dove tutto il popolo si recava puntualmente. Altrimenti, i ragazzi, approfittavano delle feste organizzate dalle famiglie durante il Carnevale, anche se l'occhio vigile delle mamme impediva loro di fare grandi movimenti.
L'onore, per la donna, rappresentava la sua chiave d'accesso nella vita sociale, e i genitori si affannavano affinché rimanesse intatto.
La giovane donna, per difendere la sua moralità, non doveva accettare subito la corte dell'uomo. Proprio per questo comparivano gli intermediari (sensali, paraninfi) - detti: port'enùsce, o zanzàne - che, in cambio di regali o di beni in natura, offrivano la loro collaborazione, che consisteva nel fare opera di convincimento presso la fanciulla e nel recapitarle bigliettini e messaggi amorosi.
Consegnavano, poi, alla ragazza, una fotografia del pretendente; se essa decideva di tenerla, voleva significare che accettava la sua proposta. A questo punto, poteva considerarsi "zita" (fidanzata), e il ragazzo "zito" (fidanzato).
Questa prima fase del fidanzamento avveniva di nascosto, tant'è che i fidanzati erano definiti "ziti scunnuti" (di nascosto dai genitori), o "ziti a scusa" (perchè dovevano inventarsi sempre una scusa per potersi vedere).
Successivamente, i mediatori dicevano alla madre della giovane dell'avvenuta unione, e se essa, dopo aver preso informazioni, si accertava che il ragazzo, provenisse da una buona famiglia, dava la sua approvazione. Il ragazzo "tràseve indre a casa", poteva entrare a casa della fidanzata per la prima volta. Questo passaggio, definito la "trasatura" (entrata), concludeva la fase clandestina del rapporto tra i due innamorati.
Da questo momento per le famiglie, cominciavano una serie di riti obbligatori di circostanza.
 I genitori della fanciulla, dopo otto giorni esatti, si recavano a casa del giovanotto, per fare la "canuscenza",  dei futuri compari e per parlare della dote. In questa riunione, definita "'u parlamient'", si quantificavano i rispettivi averi, che dovevano necessariamente equivalere, perché non erano permesse le unioni fra giovani appartenenti a classi sociali diverse.
Se alla fine tutto concordava, si fissava la data della cerimonia del fidanzamento ufficiale, alla cui festa partecipavano i parenti e gli amici, che, dopo un rinfresco, assistevano allo scambio degli anelli.
Ufficializzata l'unione, l'uomo poteva vedere la sua amata solo nei giorni e negli orari prefissati dai suoi familiari che, generalmente, erano le serate del giovedì, del sabato e della domenica.
La fanciulla riservava, nella sua abitazione, una sedia nuova "a' seggia di lu zit' " per il fidanzato e, nel caso il fidanzamento veniva rotto e i giovani si lasciavano, la sedia veniva appesa ad un palo, per far vedere a tutti che era "libera".
Vigeva la proibizione assoluta di incontri fuori casa, anche se, in casi particolari, i due ragazzi uscivano insieme, ma accompagnati sempre da almeno un componente delle loro famiglie.
I due innamorati, durante la visita del ragazzo, sedevano agli estremi opposti del tavolo e conversavano, senza avere alcun contatto, guardati dalla madre seduta al centro. Molto spesso, recitavano il Rosario con tutto il parentado e i vicini di casa, consuetudine quotidiana delle antiche famiglie.
Anche lo scambio vicendevole dei regali era ordinato da regole ben precise, secondo le quali ogni iniziativa era a carico del sesso maschile.
Questi doni, dovevano essere custoditi con molta cura, perché in caso di rottura del fidanzamento, la loro restituzione era obbligatoria.
Nel periodo del fidanzamento, si organizzavano i preparativi per il matrimonio.
La fanciulla, dopo aver scelto la sua futura dimora, dava gli ultimi ritocchi al corredo. Lo sposo invece cominciava a "cacciare le carte".
Quando i documenti erano pronti  il ragazzo comunicava la data in cui sarebbero andati a "spaccare la croce", ossia il giorno del matrimonio in comune.
Un giorno importante ma non solenne. Il matrimonio in comune allora era visto come una semplice formalità burocratica, tant'è che i ragazzi vi si recavano accompagnati dai loro genitori, e i testimoni, venivano scelti a caso, tra le persone  presenti al momento.
Il giorno in cui uscivano le pubblicazioni, la suocera, regalava alla nuora una collana d'oro, che indicava il legame profondo che univa le loro vite. Questa cerimonia, detta "da' catena" (della catena), si concludeva con un banchetto. Da questo momento, e fino al giorno delle nozze, la ragazza rimaneva chiusa in casa, uscendo esclusivamente per recarsi in Chiesa. In tali giorni, essa, trasferiva il corredo nella nuova abitazione.
Il giovedì prima dalla celebrazione del rito matrimoniale, il corredo veniva esposto per " 'a mòstra da' dote"  - così anche i regali ricevuti -  e tutti gli invitati alle nozze erano invitati " a vedè casa" e a partecipare a questa esibizione.
Il corredo era esposto nella stanza da letto, che per l'occasione si preparava con "'a cascia" e "'u cummò" aperti per mostrare "li panni", e il letto che sfoggiava la migliore coperta del corredo, sulla quale venivano sparsi i confetti, sempre beneauguranti, fiori bianchi e a volte anche monete per propiziare ricchezza.
In tale circostanza, la fanciulla donava alla suocera uno scialle o un vestito, e al futuro sposo una camicia con i gemelli, ricevendo in cambio l'abito da sposa.
Tra piccoli rituali e grandi preparativi arrivava il giorno tanto atteso, ed era una grande festa per tutti.
Il giorno delle nozze i conoscenti della sposa si appostavano fuori casa sua e aspettavano che uscisse col padre, dopodiché, in corteo, si percorrevano le strade del paese e si arrivava in chiesa, dove c'era lo sposo con i suoi familiari ad attendere il resto della ciurma. Gli addobbi floreali in chiesa erano sempre presenti, ma senza eccessi, il fotografo non mancava mai e i compari d'anello erano solitamente due. Finita la cerimonia religiosa, sempre in corteo, si andava tutti a casa dello  sposo, dove si teneva il pranzo nuziale.
Più stanze erano adibite ai festeggiamenti. Si mettevano le sedie tutt'intorno alle sale, gli invitati si sedevano e aspettavano con impazienza di poter mettere qualcosa sotto i denti. Erano anni duri, quelli, anni in cui la fame era una realtà giornaliera e la gente, stretta nel suo "vestito della domenica", un po' impacciata perché poco abituata alle etichette, non vedeva l'ora di assaporare ciò che non poteva quasi mai avere.
Un cameriere, con la sua giacca bianca e i suoi pantaloni neri, passava in tutte le stanze e, oltre a servire le pietanze, animava la situazione, cantando, ballando e intrattenendosi con gli ospiti.
Non pensiamo ai ricchi pasti che ci vengono serviti oggi nelle grandi e fastose sale dei ristoranti.
All'epoca si offrivano liquori vari preparati dai genitori dello sposo: mandarinetto, sambuca, alkermes, strega, ecc. E poi c'erano gli immancabili dolcetti di pasta di mandorle, molto attesi da tutti.
Successivamente, faceva il suo ingresso un altro protagonista della giornata, il Vermut, nel quale alcuni si azzardavano ad inzuppare dei biscotti e poi tutti gli altri seguivano a ruota, perchè era un piacere al quale nessuno riusciva a sottrarsi. Pian piano si arrivava allo spumone e ai "pezzi duri", i gelati di una volta, che piacevano molto ai bambini.
Per finire, se le famiglie degli sposi potevano permetterselo, si distribuivano rosette con la mortadella, il cui aroma si diffondeva in tutta la casa, facendo venire a tutti l'acquolina in bocca. Ciascuno, in cuor suo, sperava che non mancasse tale prelibatezza, visto che si poteva gustare solo in queste speciali occasioni.
Gli sposi, per concludere, passavano con un cestino pieno di confetti e ne davano cinque ad ognuno come segno di buon augurio. Dopo aver salutato e ringraziato, gli ospiti lasciavano i giovani maritati con i parenti più stretti, i quali si fermavano per cena e poi ritornavano a casa loro.
La prima notte di nozze, marito e moglie non si coricavano nel letto nuziale, sul quale si deponevano il velo, con la ghirlanda di fiori d'arancio, e l'abito nuziale. Si credeva, infatti, che su di esso dovesse scendere un Angelo benigno per benedirlo.
L'indomani a casa degli sposi, c'era il "pranzo del giorno dopo", interamente organizzato dalle suocere, a cui partecipavano la famiglia dello sposo e la famiglia della sposa.
E dato che la tradizione imponeva che durante la prima settimana, gli sposi non potevano uscire dalla loro dimora, questa tiritera andava avanti per otto giorni: sempre pranzi a casa degli sposi, 
All'ottavo giorno dopo il matrimonio, poi, marito e moglie indossavano vestiti eleganti avuti in dote ed effettuavano la loro prima uscita in pubblico - detta " a' scinnut'alli otte' " - gli sposi si recavano in Chiesa e partecipavano alla "funzione", dopo aver ascoltato la Messa, si recavano a casa dei genitori dello sposo per desinare ("il pranzo degli otto giorni").
La suocera approfittava dell'occasione per regalare alla nuora un telaio, un fuso, una conocchia e una scopa, per ricordarle che, ora, avrebbe dovuto occuparsi delle faccende domestiche.
Dopo altri otto giorni si ripeteva il rito solo che questa volta il pranzo si svolgeva a casa dei genitori della sposa ("il pranzo dei quindici giorni").
Anche in tale circostanza i due giovani indossavano abiti eleganti mai usati prima.
Dopodiché, la vita degli sposi cominciava il suo corso ordinario. Mentre l'uomo lavorava, la donna si prendeva cura della casa.

Quante cose sono cambiate da allora. Quanto spreco aleggia intorno al "giorno del  si".
Nel passato si tendeva più a valorizzare l'importanza religiosa dell'evento, oggi ci si perde dietro  futili esteriorità. Bastava un panino con la mortadella per veder sorridere chi era ai ferri corti con la vita, oggi invece quanto "Ben di Dio" ci passa sotto gli occhi e neanche ce ne accorgiamo, e viene sprecato.
 




giovedì 14 ottobre 2010

Il piacere di farlo "cristiano".


Una volta sicure che le cose andavano bene, che il bambino poppava e cresceva.  si pensava al battesimo, che doveva essere celebrato nelle prime settimane dalla nascita, pena i rimproveri degli anziani preoccupati del fatto che il bambino potesse morire senza questo sacramento (un tempo la mortalità neonatale era molto alta).
Il padre qualche giorno dopo la nascita si recava appositamente a casa dei padrini prescelti per chiedere loro "'u piacere d'u fà cristiane" ( la carità di farlo cristiano), raramente tale richiesta era disattesa. Chi lo faceva era malvisto dalla comunità perché rifiutava di fare, appunto, un'opera di carità.
Il neonato era portato in chiesa da portato in braccio dalla levatrice seguita dai padrini e dal padre del neonato. Al battesimo la mamma non partecipava, perché non poteva uscire di casa prima di quaranta giorni. Era una precauzione presa per tutelarne la salute.
Una volta in chiesa, il padre del bambino si recava in sacrestia per dare le generalità del battezzando, dei genitori e dei padrini. Appena tutto era pronto ci si avvicinava al Fonte battesimale, dove il bambino veniva messo in braccio al compare – se maschio – in braccio alla comare – se femmina – e il sacerdote iniziava la funzione religiosa, che differiva dalla moderna. E prevedeva anche il “rito del sale” durante il quale veniva messo in bocca al bambino un grano di sale, simbolo della sapienza che avrebbe dovuto accompagnarlo per tutta vita.  
Finita la funzione la levatrice riprendeva il bambino e ritornava a casa dove la mamma attendeva di riabbracciare la sua creatura fatta cristiana.
I padrini regalavano ai maschietti, l'anello d'oro,  alle femminucce, gli orecchini con cui si foravano i lobi delle orecchie - oppure la catenina d'oro, col Crocifisso ai maschietti, con la Madonna alle femminucce.
Poi arrivava il momento più atteso, quello dei “complimenti”: guantiere di dolci e rosoli fatti in casa per brindare alla salute di tutti.

martedì 12 ottobre 2010

Nipiologia popolare

Dopo la nascita bisognava pensare alla sopravvivenza, al cibo, il nuovo nato doveva nutrirsi e siccome il latte artificiale non c’era ancora, l’unica fonte di nutrimento era il latte materno. Bisognava nutrire con cibi sostanziosi la mamma, per questo la futura madrina, che nel caso del primo figlio era la testimone di nozze, usava portare un cesto con: latte, zucchero, uova, ricotta, ma soprattutto siero di latte, e brode de palummiedde (brodo di colombini).
Il latte per il nascituro doveva essere incontaminato perciò dopo il parto la mamma doveva depurarsi nutrendosi solo con liquidi nutrienti come il siero di latte, sostanzioso, nutriente ed energetico; a pranzo una tazza di brode de palummiedde caldo, ritenuto magico produttore di latte.
Il giorno dopo si aggiungeva della ricotta e nel brodo si cuoceva a scagghijole (pastina fatta in casa ottenuta   facendo ruotare piccoli pezzettini di pasta tra pollice e indice) e la mamma doveva mangiare anche la carne di colombino, nutriente, digeribile e dal sapore delicato per non alterare il sapore del latte.
Si stava molto attenti all’alimentazione. La mamma doveva mangiare tutte le cose che favorivano la formazione del latte, e bere molti liquidi, per questo il brodo era l’alimento ideale delle prime settimane dopo il parto, prima di palummiedde, ma poi anche di jaddina (di gallina) e passando al pesce: brodine de cuggione (brodino di gobbioni) il più pregiato dei brodini di pesce.
Le misere condizioni economiche però a volte non consentivano di comprare palummiedde, jaddine e cuggione e allora il brodo si  preparava, ma cu le cìcere (con i ceci), ritenuti il legume più leggero. La mamma, almeno per i primi giorni, evitava di mangiare i ceci, mangiava solo della pastina cotta nel loro brodo nutriente, delicato e soprattutto economico.
Al brodo si accompagnavano i latticini: ricotta, mozzarelle, formaggi, il tutto accompagnato c'u finucchie (col finocchio), altro alimento insostituibile per garantire le poppate al bambino.
e siccome: "finucchie 'bbìve cucchie" (proverbio che consiglia di abbinare il finocchio col vino - il perchè lo scoprirete in uno dei prossimi post...),  ad accompagnare il pranzo, anche alle mamme era consigliato in dosi moderate: il vino, perché fa sangue …. E la birra perché fa latte! … E ci scappava pure qualche piatto di cozze a puppetègne (cozze alla leccese)  … piccè u’ piccìnne s’ha da’ ‘bbituare (perchè il bambino si deve abituare)!!!

domenica 3 ottobre 2010

Nati a casa

Oggi i bambini nascono in ospedale, dove le mamme trovano le cure necessarie per  se e per il bambino. Grazie alle ecografie già prima di nascere sappiamo già se è maschietto o femminuccia e con l’avvento dell’ecografia tridimensionale sappiamo già se avrà le orecchie a sventola o il nasino all’insù, e quando vengono al mondo, come si suol dire: "nascene cu’ l'uecchie apijrte" (nascono con gli occhi aperti).
Una volta invece nascevamo in casa. La maternità era un evento molto privato: le donne in genere tenevano nascosta la gravidanza per i primi mesi e rendevano partecipi dell'evento solo i familiari più stretti e delle comari anziane del vicinato, che erano importanti e rivestivano un ruolo fondamentale nella vita di tutti i giorni all'interno del quartiere, sapevano tutto di tutti. Non esistevano problemi, anche i più personali, che sfuggissero all'intuito delle donne del vicinato.
Ed era proprio l’intuito, che in un’epoca in cui non esisteva alcun metodo scientifico per conoscere il sesso del nascituro faceva azzardare delle ipotesi. Questi metodi casalinghi di premonizione neonatale sono riassunti da alcuni detti.
Il più comune deduce il sesso del nascituro dalla forma della pancia della mamma: "Vendra appundute, maschele e' vute, vendra tonne, 'a femmene je' pronde!”  (pancia a punta maschio hai avuto, pancia tonda la femmina è pronta) 
Altri da dolori di sciatica: “dulore d’anca, femmena franca” (se la mamma ha dolore d’anca, la femmina è sicura)
dal colore del viso: “ faccia scure maschele secure”    (se il viso della mamma è scurito da macchie, è sicuramente un maschio) 
dalle ore di sonno: ci assai ete u’ suenne, femmene s’appresende”     (se la mamma durante la gravidanza dorme molto, nascerà una femmina).

o dalla cottura della pasta: si calavano in acqua bollente na chiancaredda (una orecchietta) e nu maccarrone (un  rigatone) se saliva a galla l'orecchietta, era femmina se il primo ad emergere era il rigatone, allora era maschio. 
Per scaramanzia la mamma  preparava il corredino, solo al termine della gravidanza: 'a cammisedd' (la camicina), 'u sciupparjidd' (la casacchina), 'a varvaredde (il bavaglino), 'a scuffie (la cuffia), le pannolin' (i pannolini) che erano panni triangolari tenuti fermi "cu le spinghele francese" (spille da balia), e … le fasse (le fasce) ....
...perchè all'epoca i bambini venivano "'nfassate'" - ossia avvolti in un susseguirsi di fasciature, che coprivano tutto. Quando erano vestiti di tutto punto, sembravano delle piccole mummie che muovevano soltanto la testina, perché anche le manine, per i primi giorni, rimanevano strette nelle fasce,  che in teoria avrebbero dovuto rinforzarne le ossa e impedire che gli venissero le gambe storte.
Quando nasceva un bambino tutto il vicinato si mobilitava per dare una mano. Il parto avveniva in casa, accanto al focolare: la donna era assistita dalla madre, dalla suocera e  dalle comari e vicine di casa che preparavano tutto: acqua calda abbondante, panni e asciugamani.
In un tale ambiente si inserisce una figura importante... ‘a mammare - ossia la levatrice - chiamata quando una donna stava per partorire.
In qualunque ora del giorno, e soprattutto di notte, la levatrice accorreva, accompagnata dai familiari, all'abitazione della partoriente.
Diploma o non diploma la levatrice a quei tempi era una delle figure professionali più utili e perciò rispettate. Il suo ruolo era considerevole e quando passava per le strade era riverita da tutti.
Era una professione tramandata da madre in figlia.
La levatrice, aveva dei precisi doveri: assistere la partoriente dall'inizio alla fine del parto; lavare la prima camicia della puerpera, lavare e vestire il bambino per i primi otto giorni e presentarlo al battesimo. Non sarebbe stato compreso da nessuno battezzare il neonato senza la levatrice che l'aveva aiutato a venire al mondo, si diceva, non avrebbe fatto gli auguri di buona fortuna al neonato.
Altri tempi e un modo di  vivere oggi difficile da capire, che ad alcuni potrebbe sembrare addirittura sconveniente. Ma, in quelle strade, tra quella gente, oltre i soliti pettegolezzi, le critiche e le invidie, c'era tanta sincera solidarietà dettata da una umanità spontanea, libera da paure, ipocrisie, egoismi che oggi hanno distrutto i rapporti umani