mercoledì 28 giugno 2017

Cu ccè sse mète? ... Cu 'a fòrbece!

A volte la testardaggine e l'orgoglio inducono a sbagliare, sapendo di sbagliare, continuando a sbagliare, pur di non ammetterlo,.
Quando siamo di fronte ad una persona cocciuta che non sente ragioni, noi tarantini diciamo:
" Cu ccè sse mète? 
cu 'a fòrbece! "
una locuzione che ha origine da una storiella che non tutti conoscono:
Stàve nà vote...
Una coppia di contadini: zìu Ballòi, uomo molto orgoglioso, sposato con zia Torìcca, donna cocciuta come come pochi.
Una calda mattina di giugno si alzarono all'alba per recarsi a mietere nei campi. Zìu Ballòi prese la falce, zia Torìcca un paio di forbici. Arrivati al campo cominciarono a lavorare e zìu Ballòi accortosi che la moglie tagliava le spighe con le forbici le disse: 
 <Torì, come stè tagghie 'u grane?> 
e lei pronta: < cu 'a fòrbece!> 
e lui stizzito: < Cu 'a foce se mète! > 
e lei impassibile: < Nossignore, cu 'a fòrbece!
Continuarono così fino a sera, lui che, con lui che ribadiva l'uso della falce e lei che persisteva nell'uso delle forbici.
Finito il lavoro Ziu Ballòi non si capacitava di non essere riuscito a convincere la moglie ad usare la falce. Infuriato prese la moglie per un braccio e la trascinò al pozzo dove le chiese per l'ennesima volta: < Cu ccè sse mète? >, e lei sprezzante: < Cu 'a fòrbece! >.
Ziu Balloi la calò nel pozzo, dove Toricca cominciò ad annaspare.
<Torìcca, cu ccè sse mète?> le domandò per l'ultima volta Ziu Balloi, allora Torìcca, che sommersa dall'acqua non poteva parlare, allungò il braccio fuori dall'acqua e con l'indice e il medio fece il gesto delle forbici.
A quel punto Ziu Balloi mollò la corda e se ne andò lasciandola annegare!

E pure stavòte v'hagghie ditte 'u fatte!





  


domenica 21 maggio 2017

La voce delle campane



 "Domenica è sempre domenica,
si sveglia la città con le campane.
AI primo din-don del Gianicolo
Sant'Angelo risponde din-don-dan"



Questi i versi di una canzone di qualche anno fa, quando le campane erano importanti, scandivano le giornate:
all'alba suonavano "l'Ave Maria"
a mezzogiorno suonavano "l'Angelo"
al tramonto suonavano "il Vespro"
la sera suonavano  "l'Ora di notte"

Segnali che invitavano anche alla preghiera: ci si segnava con il segno della croce e si recitavano tre "Ave" e qualche giaculatoria.

Le campane avvertivano tutti di tutto quello che succedeva in paese, annunciando gioia, dolore,  morte e pericolo  imminente, solo con dei rintocchi:
rintocco a messa, per richiamare i fedeli
rintocco a festa, per annunciare il giorno di festa
rintocco a gloria, a Pasqua annuncia la Resurrezione del Signore
rintocco a martello per avvertire di un pericolo imminente
rintocco a morto, accompagna i funerali.


Ma solo a Taranto si potevano ascoltare le campane che suonavano 'a Foròre e 'a Merveràte.

'A Foròre ( letteralmente " la  fuori  ora")
A mezzanotte del martedì grasso, l'allegria assordante del Carnevale veniva fermata dalla  campana  più  alta  della  Cattedrale  di  S.  Cataldo  che suonava  un tocco  a  morte annunciando  la fine del Carnevale e l'inizio della Quaresima.
I  fedeli  a quell’ora  portavano in Chiesa le palme benedette dell’anno precedente, dove venivano bruciate e utilizzate nella funzione religiosa del mercoledì delle Ceneri.

'A Merveràte ( letteralmente l'imberverata )
E' il termine comunemente usato per indicare il mezzogiorno, immortalato da Diego Marturano nei versi di  'U Relogge d'a Chiazze:
Me ne turnave a ccase chiù cundende,
all'ore ca sunave Merveràte,
scenneve a scappe e fusce d'a chiancate:
'a scambanate m'a purtave 'u vijende.
e da Antonio Torro nella poesia A San Catàvete:  
‘U cambanile! Merverate sone…
Cè vocia canusciute… ‘a voce vole:
- Ce tene mange - dice ‘u cambanone -
e ce no’ tene spanne ‘a vendre ô sole.

In realtà ogni giorno alle 11:30 le campane della Cattedrale di San Cataldo suonavano il rintocco a messa, che annunciavano la funzione in memoria della famiglia Imberverato, un'antica famiglia patrizia tarantina che aveva lasciato tutti i suoi averi alla Diocesi di Taranto, chiedendo in cambio la celebrazione quotidiana di una messa in Cattedrale, alle 11:30, in suffragio dei defunti della famiglia.
La  campana  della  Torre  dell’Orologio ( per i Tarantini:  'U relogge d'a chiazze) preannunciava la funzione e avvertiva nel contempo la popolazione che mancava mezz’ora a mezzogiorno.
Col passaredegli anni la  cerimonia religiosa  fu effettuata  solo la domenica e nei  giorni  festivi, anche se le campane continuarono per un pezzo a suonare giornalmente dalle undici e trenta a mezzogiorno.

Oggi le campane suonano molto meno, non le ascolta più nessuno e se per caso ci capita di sentirle, ci lamentiamo per l'inquinamento acustico! Quando invece dovremmo imparare ad ascoltarle... tutte!



martedì 9 maggio 2017

Ori e Tesori di San Cataldo

San Cataldo è il  nostro Patrono ma anche il  titolare del cosiddetto " Tesoro di San Cataldo" composto da ori,argenti e tesori di considerevole valore, custoditi al Mu.Di. (museo diocesano di arte sacra) di Taranto.
Questa storia inizia il 10 maggio 1071 quando, mentre procedevano gli scavi per la riedificazione della Cattedrale distrutta dai saraceni nel 927, fu rinvenuto un sarcofago di marmo da cui proveniva un profumo inebriante, contenente un corpo in perfetto stato di conservazione che aveva sul petto una Crocetta pettorale in oro recante l'incisione " CATALDUS ".


Fernando Ruiz de Castro, conte de Lemos, vicerè spagnolo a Napoli,
il 18 maggio 1600, donò al Capitolo Metropolitano di Taranto, di cui il fratello Giovanni de Castro era Arcivescovo, un anello e una collana con croce pettorale in oro e smeraldi, destinati al nostro Santo Patrono San Cataldo.




Del tesoro fanno parte anche opere d'arte come:

  • Il Crocifisso medievale in avorio, di scuola fiamminga;
  • un parato di candelieri con applicazioni in corallo e lapislazzuli di manifattura trapanese;
  • un evangelario in pergamena;
  • un rarissimo esempio di arazzo in bisso;
  • reliquiari tra cui quello contenente la lingua del Santo.
  • arredi e  corredi d’altare in avorio e madreperla.

E per finire, il pezzo forte della  collezione, l'oggetto che non delude la fama che lo precede,

IL TOPAZIO DI SAN CATALDO

Il 5 giugno 1936, la signorina Angela Latagliata, donò all'Arcidiocesi di Taranto un topazio di dimensioni straordinarie e di inestimabile valore che, nella parte anteriore,riporta l'incisione mezzo busto di Gesù che spezza il pane.
Si trattava del " topazio di Ferdinando II " noto in tutto il mondo per grandezza, bellezza e vicissitudini.
La sua storia inizia nel Regno di Napoli  del XIX secolo, quando, dal Brasile, giunse alla corte dei Borbone un topazio giallo paglierino del peso di circa 4 kg.

Re Ferdinando II (1810-1859) decise di dividerlo in due parti per realizzare due portelli per i tabernacoli:
  • uno per la Cappella Palatina a Caserta, con l'incisione del Redentore benedicente;
  • l'altro per la Chiesa di S. Francesco di Paola a Napoli, con l'incisione del Cristo che spezza il pane.
Gli incisori del Real Laboratorio delle pietre dure di Napoli, a cui fu affidato il lavoro, dopo i primi tentativi rinunciarono all'impresa.
Il 15 aprile 1852 Re Ferdinando affidò  al famoso artista Andrea Cariello (1807-1870) il compito di realizzare il bassorilievo del Cristo che spezza il pane. Cariello accettò dietro compenso di 15 ducati per 18 mesi.
Ma la pietra era difficile da lavorare e il lavoro durò ben dieci anni. Re Ferdinando, morì nel 1859 e non vide la realizzazione dell'opera che fu consegnata nel 1862.
Un'opera di precisione ed espressività che a lavoro finito  misura 182 mm di altezza per  144 mm di larghezza e 72 mm di spessore per un peso di 1,591 kg.
Il maestro Carriello sollecitò le autorità perchè gli fosse corrisposto il compenso dovuto e propose di diventarne il proprietario.
La proposta fu accolta il 20 ottobre 1865 in cambio della rinuncia ad ogni ricompensa da parte del Carriello.
Nel 1870 alla morte del maestro, il topazio passò ai suoi eredi che lo fecero conoscere in tutto il mondo. Agli inizi del Novecento venne esposto a Chicago e nel 1906 alla Mostra internazionale di Piazza d'Armi a Milano, prima di essere acquistato, a Napoli, da un patrizio tarantino, il marchese don Francesco Ciura.
Per circostanze difficili da ricostruire, nel 1914 il topazio viene messo all'asta dal Tribunale civile e penale di Taranto dove viene acquistato dall'avv. Raffaele Latagliata per la somma di 108.500 lire.
Nel 1936 l'ultima discendente della famiglia Latagliata, donò il topazio all'arcidiocesi di Taranto.


In realtà esiste un'altro pezzo del tesoro di San Cataldo che si trova nel palazzo dei Normanni a Palermo, si tratta del pastorale.
da un Inventario del 1309, (pergamena della Cappella Palatina) trattasi di un pastoral appartenuto a S. Cataldo Vescovo di Taranto, decorato, nel XII sec. con false pietre preziose ottenute in laboratorio.
E' stato recuperato e restaurato nel 1981.


Se volete sapere e vedere altro, fatevi un giro al Mu.Di. ....
sarà il modo migliore per perdere il vostro tempo.








venerdì 31 marzo 2017

Una volta non c'era...

... 2^ parte 

Una volta non c'era....  la stanza da bagno.

Cosa per noi impensabile, ma era così ed era così per tutti, ricchi e poveri.
A corredo delle stanze da letto c'erano oggetti per l'igiene personale:
La brocca per l'acqua e il catino ('u vacìle) per lavarsi, il pitale ('u renàle) e il cantaro ('u prìse) per i bisogni fisiologici notturni.





















Giuseppe Tomasi di Lampedusa ne "Il Gattopardo" così racconta della "stanza dei pitali" adibita per la festa a palazzo Salina

"Le loro visite a una cameretta trascurata, a livello della loggia dell’orchestra, si facevano più frequenti: in essa era disposta in bell’ordine una ventina di vasti pitali, a quell’ora quasi tutti colmi, alcuni sciabordanti per terra."











Questa l'immagine corrispondente immortalata da Luchino Visconti nell'omonimo film.

Gabriel Garcìa Marquez - in  "Cent'anni di solitudine" ci parla di una stanza "dei settantadue pitali" - comprati da Mame quando invita a casa le compagne di collegio - in cui rimarrà intrappolato lo spirito di Melqìades.

Una volta non c'era neanche la rete fognaria ...
I "vasi da notte" venivano svuotati  in modi diversi a seconda del luogo:
- in campagna, dentro fossi ('u rummate) poco distanti dall'abitazione;
- a mare, i portoni avevano dei fori (le scettarùle) con lo sbocco al mare.

Nelle zone interne, che non avevano queste possibilità si utilizzava il servizio "d'a carrizze", ossia di un carrobotte trainato da un asinello, che passava tra i vicoli dove lo attendevano per svuotare i pitali.

Nel periodo di Ferdinando di Borbone che i pitali venivano chiamati "zìpeppe" anche chi svolgeva il lavoro di "carrizzàre" veniva chiamato allo stesso modo.
Si trattava di poveretti che facevano questo lavoro per campare e spesso non avevano abbastanza cibo per sfamare il povero animale che spesso era malandato tanto che, per indicare una persona con molti acciacchi, si usa il detto:
" pare 'u ciucce de zìpeppe, cu 99 male e 'a cota fràcete"

Ma a tal proposito esiste anche nu cùnde:
 
"Zipeppe aveva un asinello tanto malandato che decise di venderlo e comprarsi un asino più giovane e sano. Si recò a Martina e mentre girava per la fiera riconobbe un raglio, si girò e vide il suo vecchio asinello che, pulito rifocillato e bardato a dovere era in fiera in cerca di un nuovo padrone. Contento di vederlo gli si avvicinò, lo accarezzò e gli sussurrò all'orecchio:
<Fatt'accattà da cì no' te canòsce!>...


Frase  che i tarantini usano per indicare chi, come il fantomatico ciuccio, millantano capacità che non hanno.

Con l'avvicinari dell'undici giugno, di ciucci di Zipeppe bardati e raglianti ne vedremo e ne sentiremo tanti..... e a tutti vorrei gridare:
 Facìtev'accattà da cì no' ve canòsce!!!



 






mercoledì 29 marzo 2017

Re, caffè e pitali

 La pubblicità di un caffè utilizza l'immagine di un Re, Ferdinando di Borbone, soprannominato "Re nasone", perchè "aveva naso",  "Re lazzarone", perchè "non aveva i modi".
Fin da giovane amò stare in mezzo alla gente, amava  parlare napoletano e alla compagnia dei cortigiani preferiva quella dei servi. La nobiltà giudicava i suoi atteggiamenti poco consoni ad un monarca.

La storia è piena di aneddoti, più o meno veri, riguardanti la scarsa diplomazia e la poca urbanità del Sovrano e legano il suo nome al "vaso da notte"  o "pitale" o "cantaro" che dir si voglia, a quei tempi oggetto di uso comune e quotidiano che  il popolino, per sbeffeggiare i potenti poco amati,
chiamava " 'u papa ", " 'u monzignore"  - pare  in onore di Monsignor Capecelatro che, schierandosi con i napoleonici,  tradì i borboni inimicandosi il popolo.
Fu usato anche l'appellativo  " 'u zìpeppe "  -  riconducibile proprio a Re Ferdinando di Borbone - associazione evidenziata anche nella pubblicità, vista la forma della tazzina ...





Ma perchè questa associazione?


Ferdinando di Borbone, divenne Re a soli 8 anni e a 17 anni -per ragioni di Stato- sposò Maria Carolina d'Asburgo.
Si racconta che dopo il matrimonio ebbe la visita del cognato Giuseppe, che diventerà imperatore d’Asburgo e Lorena, il quale, per rimarcare "la stima" che aveva  nei confronti del marito della sorella, gli portò in regalo  un pregiato  vaso da notte, così descritto:

                “Racchiuso in lignee colonne con ante che si aprivano al di sotto di 
                  un capitello in stile barocco su cui venivano sistemate in bella mostra 
                  delle piante dalle cascanti foglie.”

Re Ferdinando per apprezzamento, lo collocò nella Sala Ambasciatori del suo appartamento privato e ricambiando " la cortesia" gli dette il nome di  “Zi’ Peppo” - dove Zi' sta per "signor" e Peppo  diminutivo di Giuseppe, in onore del cognato.

 La popolarità del Re contribuì alla rapida divulgazione dell'aneddoto e del "nuovo nomignolo"che venne usato dal popolo per indicare il sovrano, che per la sua proverbiale indolenza era già poco stimato, a cui avevano dedicato un sonetto canzonatorio:
"Ferdinando sta in panciolle
sopra il letto con le molle.
Ha tre pulci sulla pancia:
una balla, una vola,
una spara la pistola" 

Ma non finisce qui, lo storico Ignazio Nigrelli raccontò un’altra storia di cànteri, per la quale invece  Re Ferdinando non si divertì affatto:

"Nel 1820  obbligato, assieme alla consorte, ad un lungo e faticoso viaggio in carrozza nell’entroterra siciliano, territorio pieno di repubblicani che lo odiavano. 
A Caltagirone fu accolto dalle Autorità che consegnarono pubblicamente e solennemente alla coppia reale un dono di artigianato locale: due enormi e vistosissimi "zi’ peppi".
Re Ferdinando - dopo aver ringraziato a denti strettissimi - in privato s’imbufalì scrivendo: 

<Questi perfidi repubblicani due càntari m’hanno donato!>
 Avendo colto perfettamente il sottile e trasversale messaggio d’invito: 

<‘O Re, ma va’ a…> !!!


                                                                                                      ... fine 1^ parte
                                                                                                      ma non finisce qui --->





giovedì 13 ottobre 2016

Il fantasma delle Cheradi

Durante il dominio napoleonico in Italia, anche le Isole Cheradi (in ordine di grandezza: San Pietro, San Paolo e la scomparsa San Nicolicchio) furono strappate ai Borboni da Napoleone che voleva fare di Taranto l'alternativa militare a Malta.
Nel 1803 inviò Pierre Ambroise François Choderlos de Laclos, generale dell’esercito napoleonico, al comando della Riserva di Artiglieria dell’Armata d’Italia di stanza a Taranto; a cui affidò il compito di proseguire la costruzione di un forte, iniziata nel 1801,  che avrebbe dovuto avere un ruolo determinante per la difesa della città designata a diventare l'avamposto dell' Imperatore nel Mar Mediterraneo.
Il generale Laclos s’impegnò per riaccomodare vecchi fortilizi borbonici, che l'isola di San Paolo fosse fortificata e vi si costruisse una specie di piazzaforte.
Monsignor Blandamura scrisse che:  "De Laclos, nonostante fosse malato di malaria, come molti soldati napoleonici che avevano preso parte alle campagne in zone torride e paludose, “nondimeno egli s’oprò in Taranto per mettere le cose del mare in perfetta efficienza bellica (…) sistemando fortilizi che sorgevano lungo le nostre coste".
Nonostante lo spirito combattivo, dopo 54 giorni di febbre, morì di dissenteria il 15 settembre 1803, nell’ex convento di San Francesco nel borgo antico.
Laclos fu un grande generale con la passione per la letteratura. Scrisse solo un libro, lo scandaloso ‘Les liaisons dangereuses’ (Le relazioni pericolose) diventato un capolavoro della letteratura francese.
Scandaloso, libertino, uomo eclettico quanto sfortunato, da  rivoluzionario convinto, Laclos, in punto di morte,  rifiutò i conforti religiosi. Ciò gli precluse la sepoltura in terra consacrata. Avendone però già espresso il desiderio, venne seppellito nella piazza d’armi del Forte di San Paolo, che da allora prese il suo nome.
I francesi occuparono Taranto a più riprese, la più lunga delle quali dal 1806 al 1815 e Forte Laclos, con una estensione di 6000 mq e la sua posizione strategica al centro delle bocche d'accesso al Mar Grande, ricoprì un ruolo fondamentale nella difesa della città avamposto di Napoleone nel Mediterraneo.
Nel 1814 fu chiamato il cavaliere Cataldo Galeota, sottintendente del distretto di Taranto, a fare un preventivo per il restauro del forte, il quale stimò in duecento ducati la cifra necessaria per sistemare la tomba del generale ma l'imminente caduta di Napoleone non favorì l'operazione. I Borboni, ritornati a Taranto, eliminarono i traditori,cacciarono gli invasori, e Distrussero la tomba del generale disperdendo i suoi resti in mare. 
Il Blandamura a riguardo scrive che  le spoglie del generale francese non ebbero “il riposo del sepolcro nell’acre solitudine dell’isoletta”, e che “soldatesche indisciplinate ed incoscienti poco dopo, infranta la tomba, le dispersero vandalicamente”. 
 
Da questo nasce la legenda del fantasma temuto dai pescatori che, nelle notti di tempesta evitano di passare tra le Isole, per non sentire i lamenti di un uomo che vaga sugli scogli alla ricerca della pace eterna che gli è stata negata.
Per i vecchi pescatori l'isola di San Paolo porta male, e il fantasma del generale è responsabile di tutti i naufragi della zona.
Con l’Unità d’Italia. Sulle rovine del Forte furono installate la Batteria Ammiraglio Aubry e la Torre Corazzata Vittorio Emanuele II.

Oggi di quelle fortificazioni resta la torre corazzata ancora ben conservata, e i basamenti, rivestiti di blocchi di calcare provenienti dalla Murgia tarantina e sulla cui superficie si possono osservare resti fossili, più unici che rari, di un organismo bivalve che viveva cento milioni di ani fa e di cui non esiste altra traccia al mondo.




martedì 11 ottobre 2016

Chiacchiere e tabacchiere



“chiacchiere e tabacchère e legne, ‘u Banche de Napule no ‘ne ‘mbègne”


È un antico modo di dire per sottolineare che con le chiacchiere e le cose di scarso valore non si ottiene nulla.


Le tabacchiere erano oggetti di uso comune, imposte da una moda che, nel settecento, partita da Napoli si diffuse anche a Taranto e rimase in voga sino ai primi anni del novecento.
La tabacchiera conteneva il tabacco da fiuto che serviva per “la pizzicata” con annesso starnuto liberatorio.


Una moda che  si diffonderà attraverso l'aristocrazia e la borghesia, diventando una questione di stile  che coinvolgerà anche i popolani.





Anche il tabacco da naso contava diverse marche e qualità, tra i più pregiati erano l’italiano San Cristoforo, il francese Millefiori, lo spagnolo Pulviglio - usati dai nobili - 
poi c’era il Tabacco del Brasile, tabacco comune che, costando poco, era alla portata di tutti.

Infine c’era il Tabacco di dama, una composizione di muschio, ambra, acqua di rose e fiori di cedro, aromatizzata all’acqua angelica – per le signore –


Si avete letto bene, anche le donne “si prendevano la pizzicata” !

Un’epoca dai costumi alquanto strani. 
Non era consentito fumare per strada, alle donne era assolutamente vietato fumare, pena l’essere classificate di dubbia moralità ma,  la presa di tabacco era consentita a tutti e considerata persino elegante.

Di conseguenza la tabacchiera diventò un oggetto alla portata di tutti, dalle comuni in legno a quelle di lusso in avorio, argento e oro, intarsiate, smaltate e quelle bellissime e preziosissime di Capodimonte che potevano essere personalizzate, facendovi dipingere il ritratto di colui, o colei, cui era destinata.


Gli uomini erano orgogliosi di offrire, alle donne con cui erano in compagnia, una pizzicata di tabacco, sfoggiando le loro tabacchiere, e le donne si "prendevano la pizzicata"  accettando volentieri il graditissimo invito a starnutire insieme!

Voi direte, e gli altri? …. Erano impazienti di sentir starnutire per poter finalmente togliersi il cappello e  gridare: “Salute!”